Archive for the ‘About learning English’ Category

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Derry/Londonderry

In About learning English,Everyday life in Derry on 4 febbraio 2011 di lucia2323

Si solito ogni città ha il suo nome. Uno solo.
Quella in cui mi trovo attualmente ne ha due (tre contando anche il nome in gaelico, Doire) ed ecco perchè volendo cercare le notizie avvenute più di recente, è ogni volta necessario fare una doppia ricerca in Google News: una con “Derry”, l’altra con “Londonderry”.

Rispetto a questa disputa, questo blog non ha preso una posizione: il suo titolo è Leonardo in Derry semplicemente perchè questo è il nome che ho trovato scritto su tutti i miei documenti ed email fin dal giorno della notifica della mia partenza. L’ho scelto prima di sapere che ce ne fosse un altro.
E, di fatto, poi ho continuato ad usarlo anche perchè penso di non aver sentito mai nessuna delle persone con cui ho parlato in città chiamarla diversamente.

La questione è però in realtà complessa e attuale.
Mentre i poster promozionali City of Culture 2013 si impegnano a comprendere la doppia identità della città usando anche slogan e giochi di parole (Derry/Londonderry trasformato in Legendary), pochi giorni fa il Belfast Telegraph ha pubblicato un articolo in cui, rispondendo alla richiesta di un lettore, ha spiegato la sua politica riguardo all’argomento.
La domanda esatta è stata: “What I would like to know, is why the paper uses both Derry and Londonderry? Is it an act of moral cowardice, a scrupulous dedication to fairness, or a canny political, or even commercial, calculation?
Risposta: “The first reference in an article should use Londonderry and all other references afterwards should use Derry. Derry is also the style in headlines. Where Derry or Londonderry are in the name of an organisation or thing, eg Derry City Council, or the Londonderry Sentinel — then that is used. Before you ask, the same style applies to the county.
Il giornalista la definisce “a commonsense solution to an age-old issue“.

Un’intera pagina di Wikipedia è dedicata a questo problema e tra le tante cose, si specificano anche le norme che i vari istituti o organi di informazione locali hanno stabilito relativamente al nome da usare per la città.
Alcuni casi sono una precisa presa di posizione, mentre altri sono diplomatici compromessi.
La soluzione di molte aziende o attivita’ commerciali è quella di evitare il problema utilizzando altri nomi, che si tratti del fiume Foyle o della dicitura North West.

A livello ufficiale, il problema è stato affrontato addirittura dalla giustizia: nel 2007 un giudice ha decretato che il nome rimanesse Londonderry, rispettando quanto stabilito nel lontano 1662.
Ciononostante, resta difficile incontrare qualcuno usi questo nome, almeno nel City Centre.

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Espressioni idiomatiche – III parte

In About learning English,Everyday life in Derry on 28 gennaio 2011 di lucia2323

Mentre i giorni rimasti diminuiscono, le cose da fare aumentano…peccato che non ci sia modo di far durare i giorni piu’ di 24 ore.
Gli ultimi due libri presi in prestito dalla biblioteca giacciono tristi e abbandonati, mentre l’ultima gita probabilmente mi ruberà per l’ennesima volta il sonno del sabato mattina.
Nel frattempo però, dalla Sicilia con furore, una cassata in prima visione è sbarcata a Derry con considerevole successo…

L’esperienza degli altri foregneirs a Derry conferma un paio di cose che sospettavo:
l’intercalare più diffuso, oltre a like che sta per il nostro “tipo”, è sempre e comunque You know what I mean? (“capisci cosa intendo?”) pronunciato in una frazione di secondo (alla lunga, very annoying…).
Il congedo fisso ovunque, finito di lavorare oppure nei negozi e in posti in cui entri e probabilmente non tornerai più è See you later, che mi fa impazzire perchè significa “ci vediamo dopo”, “a piu tardi”.
Perfino il passante per strada a cui chiedi un’informazione ti dice See you later.
Vuol dire che posso presentarmi all’ora di cena a casa tua?!?!?
Molto diffuso è No bother, invece di Don’t bother o di No problem, mentre la parola più utilizzata in tutte le guide e i video promozionali dell’Irlanda è Vibrant (“vivace”).
Può trattarsi anche di un villaggio con 4 case e 10 pecore, ma per loro sarà comunque Vibrant!
Infine, c’è il tripudio di espressioni come Sweet, Magic, Grand, Amazing, Lovely, Brilliant, utilizzati per le cose piu banali, oltre all’onnipresente How are you o What’s the craic detti senza badare poi minimamente alla risposta, come se fossero semplicemente “ciao”.

Anche se la mia spinta per l’inglese si è ridotta, una cosa che non smette di affascinarmi sono le espressioni idiomatiche.
Pensando di raccogliere qualche ultimo esempio, ho scoperto un sito con un elenco di quattro pagine soltanto per quelle che cominciano con la “A” (!).
Alcune sono veramente fantastiche…..queste per ora le espressioni di oggi:

Afferrate al volo ascoltando la radio:

To a man with a hammer, the whole world looks like a nail, cioè; letteralmente, “ad un uomo con un martello in mano, tutto il mondo sembra un chiodo”.

Desperate times calls for desperate measures, penso che si possa tradurre come “a mali estremi, estremi rimedi”.

Dalla penultima puntata di The Good Wife:

Doing everything by the book, cioè fare le cose rispettando le regole.

Dai bei tempi in cui mi guardavo il Late Show di David Letterman quasi tutti i giorni:

Those were the days, cioè “bei tempi quelli”.

Long story short, una delle mie preferite, significa “per farla breve”.

Better safe than sorry, letteralmente “meglio sicuri che dispiaciuti”, dunque forse la cosa più simile potrebbe essere “meglio prevenire che curare”.

Dalle espressioni alla lettera A di usingenglish.com:

Arm and a leg, quando qualcosa costa molto per loro costa “un braccio e una gamba”, per noi “un occhio della testa”….ognuno ha le sue priorità!

As cool as a cucumber letteralmente, “tranquillo come un cetriolo” (!), qualcuno che non si preoccupa di nulla.

As mad as a hatter: “matto come un cappellaio”, cioè matto da legare o come un cavallo (chissa’ perche’ poi noi ce la prendiamo coi cavalli). La spiegazione del perchè il cappellaio: In the past many people who made hats went insane because they had a lot of contact with mercury.

As much use as a chocolate teapot: “utile come una teiera per il cioccolato”, cioè inutile.

A textbook case, cioè “un caso da manuale”.

A watched pot never boils, letteralmente “una pentola osservata non bolle mai”, cioè certe cose hanno bisogno del loro tempo e controllarle costantemente ci darà solo l’impressione che durino ancora di più.

All bark and no bite: “abbaia ma non morde”.

All the tea in China: noi diciamo non lo farei nemmeno “per tutto l’oro del mondo”, loro “per tutto il tè della Cina” (this is really amazing!!).

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I’ve been thinking..

In About learning English,Everyday life in Derry,Specials on 21 gennaio 2011 di lucia2323

Quello di ieri sera è stato il sesto e ultimo hamburger con patatine di Derry.
L’ho deciso stanotte mentre cercavo di digerirlo.
Da due giorni al risveglio la città si trova tetti e strade ricoperte da un velo bianco: anche se non nevica, la temperatura crea una patina gelata che però il sole riesce a sciogliere senza problemi.
Oggi, grandi cose al work placemente: dopo una mattinata pigra, nel pomeriggio meeting organizzativo per cercare di dare una svolta alle modalità di lavoro dell’ufficio, razionalizzando tempi e modi di comunicazione. Nel fare il punto sul nuovo numero del giornale, mi aggiudico una pagina della rubrica Cars proponendo un articolo sugli autonoleggi (del resto nelle ultime settimane ne ho avuto una considerevole esperienza): cosa verrà fuori?

Nel frattempo il countdown per la partenza prosegue in silenzio (nessuno vuole pensare davvero a quando bisognerà salutarsi), si organizzano gli ultimi weekend in giro per l’Irlanda e si pensa ai progetti per il dopo-Leonardo, anche se considerato il totale di 14 settimane di progetto, avere la testa già altrove nelle ultime quattro mi sembra un peccato.
Certo non dipende da noi ma dalle scadenze, anche se preferirei pensare a quello che verrà quando saremo scesi dall’ultimo dei nostri aerei e il Leonardo sarà davvero finito.
Non solo: avere di nuovo a che fare con bandi, curriculum da aggiornare ma soprattutto lettere motivazionali (!!) quando ancora non abbiamo avuto modo di fare il punto su dove questo progetto ci abbia portato in termini di esperienza, mi sembra difficile.
E’ necessario fermarsi un attimo a riflettere per capire cosa dovrebbe venire dopo.

Dunque a questo punto ci sono un po’ di domande che devo farmi: “fare il bilancio” dell’esperienza no, perche sa tanto di tema delle medie, ma esercitare almeno un tantino di introspezione si, anche perche scrivendo un blog a riguardo, di fatto non posso evitarlo.

Che questa esperienza sia stata importante e formativa, non ci sono dubbi; che si sia creato un feeling straordinario nel gruppo di italiane e con i flatmates stranieri, pure.
Anche se con tutte le difficoltà degli accenti, la lingua l’abbiamo praticata e al confronto l’idea di affrontare un nuovo lavoro in cui tutti parleranno italiano sembrerà una passeggiata….
Dunque riassumendo: il work placement, la lingua, l’indipendenza, l’interculturalita…la famosa “torta” dei vari aspetti che compongono l’esperienza Leonardo penso l’abbiamo mangiata e digerita per intero.
Detto questo, resta il fatto che bisogna capire in che direzione stiamo andando e a che cosa puntiamo per capire dove dirigerci.
Una cosa è certa: dopo un Leonardo non se ne può fare un altro, perché l’Europa stabilisce il divieto di doppio finanziamento.
Ognuno di noi farà seguire a questo progetto qualcosa di diverso, a seconda del suo percorso, di dove si trova ora ma anche di dove è diretto. Del resto ognuno di noi è partito per motivi diversi.
C’è chi parte perché nel proprio paese non vede prospettive e vincere un Leonardo può diventare un modo per rilanciare la propria carriera, c’è chi lo fa soprattutto per il lavoro e chi soprattutto per la lingua; per la maggior parte si tratta di un momento post-laurea che serve ad aggiungere valore al curriculum quando ancora una vera e propria carriera in patria non è nemmeno cominciata.

Non solo: oltre a capire dove stiamo andando, ognuno di noi deve anche chiedersi se i tre mesi e mezzo passati qui sono stati sufficienti a raggiungere gli obbiettivi che ci eravamo prefissati prima della partenza, come ad esempio riguardo alla conoscenza della lingua straniera.

Mi tornano in mente le domande dei colloqui che ci hanno portato qui.
“Perchè vuoi fare il Leonardo? Questo progetto sarà un successo se..? Sarà un insuccesso se..?”
Ma anche tutte quelle riguardanti la sistemazione e il work placement.
C’è di fatto uno scarto tra quello che ci si dichiara disposti a fare (va bene tutto, anche imparare solo guardando) e la frustrazione iniziale di fronte ad un luogo di lavoro poco adatto o dove davvero non c’è nulla da fare.
Il fatto è che prima di partire sai che devi aggiudicarti una chance e diresti sì a qualunque cosa; quando poi ce l’hai fatta sai che non puoi permetterti di sprecare quell’occasione e vorresti sfruttarla nel migliore dei modi.
Molte domande cercavano di capire se eravamo persone adattabili e flessibili, anche se avrebbero potuto chiedercelo usando un pochino di psicologia e girandoci attorno, invece di farci domande paragonabili a “Sei un terrorista?” nelle schede da compilare in aereo.
Il punto è che io ho risposto sinceramente a tutte le domande, anche se le risposte mi sembravano ovvie e banali. Forse mi hanno scelto proprio perché per me erano ovvie quelle che per loro erano le risposte giuste….mah.

Nella giostra delle selezioni, di fatto, quasi nessuno di noi era convinto di aver vinto la borsa di tirocinio e tra chi era puntava sulle motivazioni e chi sul rispetto dei requisiti richiesti, di fatto nessuno sa con esattezza cosa davvero lo ha portato ad essere scelto tra molti molti altri.
Abbiamo risposto ad un mucchio di domande (in due lingue e numerose volte), siamo stati invitati a riflettere su quanto fosse importante il nostro atteggiamento in questo programma e preparati a venire qui con la giusta disposizione d’animo.
E dopo che ci siamo interrogati così tanto sulle nostre caratteristiche, sull’essere adatti o meno ad affrontare la sfida del Leonardo, arrivati qui ci siamo accorti che alcune delle persone mandate da vari paesi europei non sembravano rispondere affatto al profilo dell’individuo adattabile e flessibile, aperto ad un’esperienza di condivisione che i selezionatori cercano.
Ma solo a noi hanno propinato quei poco sofisticati test psicologici (“Se la tua coinquilina fosse insopportabile, che cosa faresti?”) ?

Se da una parte guardandosi attorno si incontrano ragazzi che hanno girato il mondo e conoscono 3 o 4 lingue, di fronte ai quali 14 settimane di Leonardo fanno ridere, d’altra parte il nostro gruppo sembra essere stato davvero selezionato bene (non so come, ma è stato così) in quanto a spirito di adattabilità, condivisione e curiosità culturale.
E per quanto pessimo dal punto di vista della lingua, proprio il contatto col gruppo italiano è stato invece importante dal punto di vista della consapevolezza e della crescita personale, oltre che degli stimoli.

Riguardo al futuro penso che le domande da farsi siano diverse. Intanto:
Quando l’esperienza all’estero è sufficiente? Quando la conoscenza di una lingua straniera è sufficiente?
La risposta ovviamente è: dipende dai casi, non solo dal tipo di lavoro al quale si punta e dal settore, ma anche dalle prospettive, visto che c’è chi vede l’estero come mèta per un trasferimento definitivo.
Una cosa è vera: esperienze come queste possono creare addiction, nel senso che sono di fatto periodi di vita particolarmente stimolanti in termini di conoscenze, sfide personali e novità.
Però, a parte il fatto che un ritmo come quello che abbiamo tenuto noi a lungo andare è insonstenibile, è anche vero che l’effetto probabilmente diminuisce con l’andare del tempo (ogni luogo diventa familiare ma anche meno interessante dopo un po’).
La domanda vera è un’altra: Quand’è che si passa dal migliorare il proprio curriculum stando all’estero, allo sprecare tempo in un’età cruciale della propria vita in cui si ha la possibilita di costruirsi le basi di una carriera in patria?
Questo ammesso che una tale soglia esista davvero, perché c’è chi sostiene che anche un lavoro qualunque è comunque più produttivo se svolto all’estero, per il valore aggiunto della lingua, mentre c’è chi pensa che certi lavori tanto vale farli a casa propria.
Ovviamente, per le risposte tutto dipende dalle priorità personali di ognuno.

Ho detto dall’inizio che non avrei scritto un diario, dunque le mie risposte le terrò per me perche penso che valgano meno delle domande poste fin qui che sono invece uno spunto di riflessione interessante a mio parere. L’unica cosa che posso dire è che per quanto riguarda me e l’inglese l’apprendimento attivo si conclude qui: d’ora in poi sarà esercizio e mantenimento, ma per il resto, credo sia ora di cominciare con una nuova lingua.
Andale!

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Pies in the sky

In About learning English on 17 gennaio 2011 di lucia2323

Stamattina sulla via dell’ufficio il sole era già uscito, l’aria era ferma e sembrava quasi primavera.
Le giornate si sono allungate ed è facile accorgersene; del resto per arrivare alle lunghissime giornate d’estate ogni giorno il sole è costretto a guadagnare più che da noi, dove la differenza nella durata della luce solare tra inverno ed estate è minore.
La tranquillità mattutina è stata rotta dalla notizia che stanotte un piccolo ordigno esplosivo è stato piazzato nella piazza della Guildhall, davanti all’ufficio City of Culture 2013. La radio lo ripete a tutti i notiziari, ma nessuno sembra dargli peso: per quanto piccola e senza danni, è stato un segnale che mentre la città cerca di andare in una direzione, qualcuno non è d’accordo e questo è il suo modo di esprimerlo.

Nel frattempo, le ultime quattro settimane cominciano con una nuova coinquilina, la decisione (forse) di parlare inglese anche tra italiani e la determinazione a sfruttare più possibile quello che resta di questo Leonardo.
Speaking of which, finalmente ho un po’ di tempo da dedicare a un secondo giro di espressioni idiomatiche:

Get the wrong end of the stick, letteralmente, “prendere l’estremità sbagliata del bastone”, significa capire male, fraintendere qualcosa (misunderstand).

Be over the moon, essere sulla luna, cioè molto felici

Feel down in the dumps, cioè “sentirsi nella discarica, nei rifiuti”, vuol dire sentirsi depressi, abbattuti.

You’re a pain in the neck, cioè “sei una spina nel collo”, sei una persona difficile.

You’re daft as a brush: “sei stupido come una spazzola”, cioè molto.

To make a meal out of something significa creare un caso da una cosa piccola, esagerare.

To take the weight off your feet, letteralmente “togliere il peso dai tuoi piedi”, significa sedersi (!).

Ultima: pies in the sky, un’espressione che si riferisce a any prospect of future happiness which is unlikely ever to be realized, dunque un miraggio, un’illusione.
Questo è il senso in cui viene usata oggi, ma molto curioso è il modo in cui è nato: una canzone/parodia dell’inizio del ‘900 nella quale si criticava la filosofia dell’Esercito della Salvezza, cioè il fatto di concentrarsi sulla salvezza delle anime piuttosto che sulla sopravvivenza immediata degli affamati.
La prima parte della canzone dice:

Predicatori dai capelli lunghi escono ogni notte,
provano a dirti cos’è giusto e sbagliato;
ma quando gli viene chiesto qualcosa da mangiare
rispondono con voci dolci:

Mangerete
nella terra gloriosa sopra il cielo;
lavorate e pregate, vivete di fieno(?)
avrete torte nel cielo quando morirete.

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L’inglese di Derry

In About learning English,Everyday life in Derry on 5 gennaio 2011 di lucia2323

Tornare al lavoro dopo le vacanze di Natale significa, tra le altre cose, tornare ad immergersi negli incomprensibili colloqui tra i membri dello staff.
Si perché per quanto mi sforzi e per quanto mi concentri, non riesco ad andare oltre a qualche parola chiave colta qua e là.
Non è soltanto una questione di velocità, nè di “volume” della voce (quasi sempre un sussurro) ma del fatto che le lettere di parole che conosco vengano pronunciate in maniera del tutto diversa da, per esempio, la pronuncia della tv.
E’ possibile che l’esposizione prolungata a questo ambiente sonoro, per ora a me estraneo, farà scattare un click nel mio cervello un giorno o l’altro e come per magia riuscirò finalmente a capire cosa c’è di divertente nelle battute che si scambiano tra i di loro i miei colleghi di ufficio.
Fu lo stesso con il mio primo madrelingua d’inglese, anche se stavolta la missione sembra molto più impossible.
Ascoltare il tg è controproducente: pagherei per avere intorno a me soltanto quel tipo di inglese perfetto ma la verità è che non so neanche se c’è davvero qualcuno, almeno in Inghilterra, che parla la lingua splendida ma un po’ finta della BBC.
Inoltre viene anche da pensare che se l’inglese deve essere un modo per capirsi con più persone possibili, è necessario anche familiarizzare con gli accenti di chi lo parla in tutto il mondo, perché andando in Corea, Arabia o negli USA, l’accento British non sarà lì ad aspettarci.
Allo stesso modo come non c’è l’abbiamo noi italiani, nemmeno agli irlandesi appartiene quell’accento così compito e foneticamente corretto dei cd allegati ai libri d’inglese. Nonostante siano di madrelingua inglese.
In effetti, l’esperienza di lingua fatta finora è stata quanto più multiculturale possibile: la maggior parte della pratica non si è svolta con inglesi nè tantomeno con irlandesi, ma con spagnoli, francesi, cinesi, arabi e via dicendo.
E chissà che sforzandosi di capire l’inglese tra gli errori, i bueno e le rrr, non se ne venga fuori con un orecchio più elastico e flessibile.
Nel frattempo almeno un po’ di mal di testa è assicurato.

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Non chiamateli biscotti

In About learning English,Everyday life in Derry,Recipes on 31 dicembre 2010 di lucia2323

Nonostante sia qui da quasi 8 settimane, i supermercati continuano a sorprendermi per la varietà di biscotti e dolcetti vari messi in fila sugli scaffali.
La divisione è più o meno questa: ci sono le barrette al cioccolato, caramello e simili (che sono quelle che si trovano in vendita ovunque, coi giornali, con i trucchi….), poi ci sono i dolci freschi e confezionati (torte, muffins e simili) e poi ci sono i biscotti.
Niente sacchetti come da noi, quasi tutti sono incartati a forma di tubo.
Ci sono quelli semplici e quelli “conditi” da cioccolato, caramello, noci, cereali, frutta secca, creme al bourbon o altri aromi.
Ma anche nella categoria dei biscotti semplici esistono molte diverse tipologie.
Finora ho cercato di variare. Il problema è che ogni volta ne incontro uno più buono dell’altro e allora diventa una malattia e per due settimane  mangio solo quel tipo. Poi cambio.
Ora ho deciso di tentare di capire cosa differenzia i digestive dai cookies, i nice dagli shortbread e le marie dai rich tea.
E poi, che differenza c’è tra cookie e biscuit??

Negli USA, cookies and biscuits sono due cose molto diverse.
I cookies sono quello che intendiamo noi con “biscotti”, mentre i biscuit sono una specie di pane morbido, qualcosa di simile agli scones.
In Inghilterra invece chiamano biscuit quelli che per gli americani sono cookies, mentre per gli inglesi i cookies sono soprattutto quelli con le gocce di cioccolato.
Long story short, negli USA bisogna farci attenzione, qui un po’ meno.

Passiamo alle varie tipologie: il più diffuso è sicuramente il digestive, così chiamato secondo Wikipedia, perché in origine si pensava che la presenza di bicarbonato di sodio potesse davvero aiutare la digestione.
Quello che li contraddistingue sembra essere la farina integrale e il bicarbonato di sodio.
Rispetto ai pacchi contrassegnati come generici cookies, danno l’impressione di essere meno burrosi, un po’ più secchi.
Un po’ di ricette di digestive.

L’altro tipo molto diffuso sono gli shortbread che da dizionario dovrebbero essere l’equivalente della nostra pasta frolla, come sinonimo di shortcake.
Wikipedia però li distingue e per il primo tipo parla di farina di avena e non di uova, mentre dagli ingredienti il secondo sembra più simile alla pasta frolla.

Il rich tea è un tipo di biscotto nel quale sono inciampata durante la ricerca di qualcosa di più secco e meno grasso e in effetti è un biscotto molto semplice, senza sensi di colpa, fatto con oli vegetali ed estratto di malto.

Stesso discorso per il Marie biscuit, sempre secco ma con un aroma di vaniglia.

Una sopresa sono stati invece i Nice biscuits. Trovati nella serie dei biscotti Basic, pensavo che la dicitura “nice” fosse un semplice aggettivo per dire che erano biscotti comuni, appunto basic.
Il loro profumo (che non riuscivo ad identificare) mi ha stordito mentre li schicciavo per fare il salame di cioccolato e ho dovuto ripetere a tutti che no, non ci avevo messo il cocco dentro, per poi scoprire che sono proprio i nice biscuits ad avere l’aroma del cocco.

Veniamo alla scoperta più recente, acquistata ma non ancora testata: Arrowroot biscuits, cioè biscotti con la fecola di maranta (ovviamente non lo sapevo quando li ho presi..) ottenuta dalla radice di questa pianta originaria delle foreste pluviali. Mah.

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What’s the craic?

In About learning English on 19 dicembre 2010 di lucia2323

La prima volta che me l’hanno riferito non c’ho prestato molta attenzione.
Poi ho continuato a sentirlo e ne ho perfino trovato una spiegazione su un depliant. Finalmente ho realizzato che cosa significa: è la frase che qui tutti usano per dire, in maniera informale “come va?”, “che succede?”, cioè “What’s the craic?”.
Il problema stava tutto in questa parola che al primo ascolto sembra “crack”, mentre in realtà ha uno spelling diverso. Cercando “craic” nel dizionario di Google, dall’irlandese all’italiano, si ottiene come significato la parola “divertimento” ed ecco spiegato l’arcano: “come butta?”, “che c’è di divertente?”.
La risposta regolamentare è “The craic is ninety” che dovrebbe significare 90, inteso su una scala da 1 a 100, dunque fantastico. L’alternativa è “mighty” che significa comunque “great”.

Un altro aspetto della comunicazione quotidiana che non può passare inosservato è l’abuso di aggettivi ed espressioni di grande entusiasmo in quasi tutti i contesti. Che si tratti di pagare al supermercato, chiedere “How are you?” o rispondere alla domanda di un esercizio, non è raro sentirsi rispondere “Great”, “Excellent”, “Fantastic” come se niente fosse.
Le prime volte ci si sente lusingati, poi si comincia a pensare che ti stiano prendendo in giro, fino a concludere che il tutto sia un tantino ridicolo o quantomeno eccessivo.
Più che altro perché, usando aggettivi così “forti” per le situazioni quotidiane, si ha la sensazione che essi vengano in qualche modo svuotati di valore.
Se tutto è great, fantastic e excellent, quando voglio dire che qualcosa è fantastico davvero, come faccio?