Archive for the ‘Film’ Category

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Bloody Sunday

In Everyday life in Derry,Film on 3 febbraio 2011 di lucia2323

L’ultimo weekend a Derry si avvicina e le cose da fare aumentano, a casa e al lavoro; di tempo per scrivere ce n’è poco, per fermarsi a realizzare che tra una settimana si parte, anche meno.
Il tempo atmosferico nel frattempo sembra tornato uguale alla sera che siamo arrivati qui: un vento capace di spostarti e mandare la pioggia in orizzontale. L’unica differenza è che dopo aver sperimentato le temperature polari di Dicembre, il freddo di oggi sembra nulla in confronto allo shock della sera di quel lontano 7 Novembre 2010.

Tra una lasagna e una tortilla, ieri il miracolo è riuscito e anche se con un discreto ritardo, per lo spettacolo delle 22.30, dieci persone erano finalmente tutte sedute contemporaneamente nella stessa stanza davanti allo stesso schermo, a vedere Bloody Sunday.
Il montaggio alternato domina il film e dall’inizio fino alla fine del film contrappone i dimostranti da un lato e i militari dall’altro, in una città sotto assedio tra barriere e barricate varie.
In quella Domenica ci fu di tutto: famiglie con bambini alla marcia, ragazzi a lanciare pietre contro i soldati, tentativi di accordi diplomatici ai vertici dell’ultimo minuto, getti d’acqua sulla folla, discorsi sui diritti civili e sulla nonviolenza e infine, quello che nessuno si sarebbe mai aspettato: i soldati che sparano proiettili veri (non di plastica) sui civili in fuga.
Il film si chiude col dolore delle famiglie da un lato e le domande ai parà coinvolti da parte dei superiori dall’altra, con un accenno al tentativo di attribuire alle vittime il possesso di armi da fuoco ed esplosivi.
Sui titoli di coda, l’omonima canzone degli U2 dal vivo, introdotta da Bono con queste parole:
This is a song….a song I hope one day never to have to sing again.

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Capitalism: A love story

In Film on 21 gennaio 2011 di lucia2323

C’è poco da fare: Michael Moore è una vecchia volpe.
Conoscevo i suoi film precedenti ma non avevo ancora visto il più recente film sul collasso finanziario americano intitolato Capitalism: A Love Story.
Un pochino però devo essergli grata, perché al mio ultimo esame universitario ho convinto l’insegnante a lasciarmi andare proprio parlando di lui. Dicendogli niente più e niente meno quello che pensavo, cioè che guardando i suoi film non avevo potuto fare a meno di notare due elementi contrastanti.
Da un lato Michael Moore piace, ha un sacco di seguito, di pubblico, i suoi film sono di quelli che esci e pensi: finalmente qualcuno che racconta le cose come stanno e smaschera i cattivi.
Dall’altra parte però c’erano dei piccoli dettagli, delle inquadrature tenute un paio di secondi più del necessario che mi infastidivano.
Succedeva sempre quando c’era qualcuno che si commuoveva parlando di un episodio triste se non drammatico. E poi il fatto che lui fosse spessissimo nell’inquadratura, sempre accanto alle persone che intervistava, sempre a dar loro ragione, per poi magari usare le loro testimonianze in maniera ironica all’interno di tutt’altro contesto.
E allora cominci ad accorgerti della disinvoltura con lui Moore usa il linguaggio cinematografico, scegliendo con cura filmati d’archivio e accostandoli al presente in maniera ironica e irriverente.
E ti accorge di come indugia sulle emozioni per portare avanti un racconto già preparato dall’inizio e che punta a sostenere una tesi ben precisa.
Di fatto, non c’è nulla di male in quello che fa, anzi, il più delle volte si potrebbe essere d’accordo con le tesi che porta avanti.
Il punto è proprio che sono delle tesi, delle posizioni anche politiche molto ben schierate e definite. Il punto è che non bisogna essere così ingenui da credere che questi racconti siano oggettivi, che non ci sia, come sempre, un’altra faccia della medaglia.
Bisogna cioè ricordarsi che si tratta di uno strumento di rappresentazione, di un punto di vista soggettivo sulle cose che, come ogni altro, è soggetto a tutte le obiezioni del caso.
Non per niente anche sullo stesso Michael Moore è stato realizzato un documentario dal titolo Manufacturing Dissent e il regista non ha mai concesso un intervista a chi ha cercato di mostrare il dietro le quinte dei suoi film. Ciò detto, Capitalism: A Love Story è un lavoro ben fatto e merita di essere visto.

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Hunger

In Film on 21 dicembre 2010 di lucia2323

Dopo la falsa partenza di Shakespeare in love, il cineforum è finalmente partito davvero.
Al posto dei classici inglesi, film sulla storia dell’Ulster, per prendere due piccioni con una fava.
Ascoltare il film in inglese, imparare qualcosa sul passato del luogo in cui siamo e cercare di fare un po’ di conversazione in inglese riguardo al film.

Per ora, siamo riusciti a guardare il primo film, seppure l’ora tarda e l’argomento delicato hanno rimandato la discussione ad un momento successivo.
Hunger
, diretto da Steve McQueen racconta dello sciopero della fame condotto da Bobby Sands nel 1981 nella prigione Long Kesh di Belfast, allo scopo di ottenere lo status di detenuto politico piuttosto che di terrorista per lui e tutti gli altri attivisti nazionalisti imprigionati in quegli anni.
Bobby Sands sarà il primo di dieci detenuti che lo sciopero porterà a morire in quell’anno, per vedere accolte le loro richieste. I prigionieri arrivarono a questa estrema decisione dopo aver messo in atto diverse altre forme di protesta, tra cui quella delle coperte, sostenute dalla popolazione civile.

Steve McQueen è un’artista internazionale al suo primo lungometraggio, premiato a Cannes per Hunger e le recensioni sottolineano il legame tra lo stile del film e il background del regista.
In effetti questo è un film costruito soprattutto sulle immagini più che sulle azioni, sulle inquadrature statiche, sui tempi lunghi e con pochi dialoghi, per cui la parentela con tanta videoarte è in effetti notevole.
Laddove però certe opere di videoarte respingono lo spettatore perché al di là di questo tipo di linguaggio non si riesce ad intravedere un senso, in questo caso lo stile è funzionale ad un’idea forte e il film che ne esce risulta forte e compatto. E forse la scelta di privilegiare le immagini rispetto alle parole, risulta azzeccata per trattare un tema tanto delicato e difficile, dove le parole potrebbero risultare fuori luogo.

Il film spiega solo in parte delle vicende troppo complicate per stare in un unico film, cioè tutto il background politico e sociale degli scontri nell’Irlanda del Nord. Piuttosto, si concentra sulla decisione di Bobby di usare il suo corpo come luogo per effettuare un’estrema forma di protesta.
L’impatto emotivo è forte, non solo quando Bobby discute le ragioni che lo hanno portato a questo gesto, ma anche quando il film mostra il lento decadimento del suo corpo sottoposto al digiuno.
Di storico ci sono molti dettagli che riguardano le condizioni dei detenuti in cella, le perquisizioni che regolarmente essi subivano e i metodi escogitati per mandare messaggi all’esterno della prigione.
Nel complesso, un’opera cinematografica più che un film storico che merita di essere vista dopo essersi fatti un’infarinatura di storia dell’Ulster.

Per approfondire:
Bobby Sands su Wikipedia
La recensione del film di Variety
Un articolo del New York Times