Archive for the ‘Foyle Film Festival’ Category

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In Foyle Film Festival on 26 novembre 2010 di lucia2323

I giorni si susseguono, le proiezioni si accavallano, senza che ci sia il tempo di fermarsi, riflettere e scrivere un pensiero compiuto.
Stamattina abbiamo visto non solo la neve per la prima volta ma anche una grandine sottile e fittissima.
Oggi, proiezione di alcuni cortometraggi realizzati per dare voci a gruppi giovanili della città, per raccontare slices of everyday life.
Dalla flute band di retaggio protestante, alla storia di un anziano raccontata con un video d’animazione, alla registrazione di una pièce teatrale che vede due ragazzi di colore interrogarsi sulla possibilità di sentirsi Irlandesi, fino ad un video che racconta l’esperimento Cafè del Mondo a Derry.
Questo dimostra quello di cui mi ero resa conto nel corso della ricerca di un’attività culturare per il tempo libero (che, finora, si può dire non ci sia stato, tra l’altro): scorrendo liste di associazioni e corsi, ci si accorge che la città è piena di centri, giovanili e non, che si occupano di tessere relazioni tra le comunità, lavorano sulla riconciliazione, sulla costruzione della pace, sulla formazione e sull’aiuto per esempio agli ex carcerati o a coloro che devono fare i conti con le ferite del passato.
L’impegno per guarire le ferite del passato, dunque, è grande.
E, come ho constatato facendo il facilitatore, l’atteggiamento dei ragazzi è differente da quello dei loro genitori, che sono cresciuti in un clima che imponeva loro di schierarsi.
I ragazzi perlopiù cercano un atteggiamento neutrale, vogliono farsi un’idea di quello che è successo evitando di farsi trascinare da un lato o dall’altro della barricata. Il problema è che per quanto riguarda la storia più recente è spesso molto difficile trovare qualcuno che ce la riassuma e che lo faccia in maniera obbiettiva.

 

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Kurosawa talk

In Foyle Film Festival on 25 novembre 2010 di lucia2323

Seconda giornata di ghiaccio sul marciapiede, per fortuna non in maniera estesa come una settimana fa. Tutti continuano a ripetermi che secondo il meteo nei prossimi giorni potremo vedere la prima neve.
Per quanto mi riguarda, da quando sono arrivata qui mi sono rifiutata di controllare le previsioni.
Del resto, quando sai che il tempo può cambiare nel giro di 10 minuti e che non è raro che piova mentre splende il sole, a che pro farsi illusioni? Si esce imbacuccati dalla testa ai piedi, sempre con un impermeabile di plastica o un ombrello a portata di mano e via, con buona pace delle previsioni del tempo.

Stasera, breve lezione su Akira Kurosawa al Foyle Film Festival.
Il succo? Kurosawa è stato il più importante regista degli anni ’50-’60 soprattutto in relazione a tutti i registi che si sono successivamente rifatti al suo lavoro: Lucas, Coppola, Sergio Leone, John Woo, Sam Peckinpah, Zhang Yimou e tanti altri.
Ulteriori dettagli dopo aver avuto il tempo di rivedere gli appunti e leggere the handout ricevuto al Festival. Stasera urge un ripasso in vista del test di domani (a quanto pare la teacher ci sta prendendo gusto coi compitini in classe…).

Update: riviste le dispense, dove c’è un riassunto di quello che abbiamo sentito nella lecture.
I punti più interessanti: il rapporto maestro/apprendista che torna spesso e si evolve durante il tempo nei film di Kurosawa e poi la già citata grande influenza sui registi occidentali e il suo uso di stili differenti, dal montaggio sovietico al neorealismo, all’espressionismo che lo rendevano un regista eclettico.

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His and Hers

In Foyle Film Festival on 24 novembre 2010 di lucia2323

“Nice, gentle and with a little bit of humour.”
E’ uno dei commenti colti all’uscita dalla sala, a mio parere molto calzante per descrivere questo documentario realizzato da Ken Wardrop, vincitore di numerosi premi tra cui (tu guarda!) anche l’ultimo Sundance Film Festival.
La breve descrizione di His and Hers inserita nel programma mi aveva catturato e il film lo ha fatto ancora di più. Muovendosi lungo la linea che va dall’infanzia alla vecchiaia, il regista inanella una serie di “interviste” a donne di tutte le età in vari luoghi d’Irlanda.
Loro raccontano un aneddoto, una storia, un ricordo, un dettaglio della loro vita che riguarda padri, figli, mariti. Molti sono positivi, parecchi divertenti, qualcuno triste. Tutti sono molto spontanei.
Ognuna viene ripresa nella sua casa, intenta nelle più diverse attività.
C’è una delicatezza, una cura e una forma di discrezione, non soltanto nel montaggio e nella scelta della musica, ma anche nelle inquadrature che mostrano sempre delle sezioni di queste case irlandesi: la cucina e uno scorcio di salotto, la camera da letto e una metà della stanza da bagno, oppure una scala al di là di una porta d’ingresso.
La sequenza di ritratti ha un che di pittorico nel modo in cui le inquadrature, quasi tutte fisse, sono state composte, cercando di catturare i personaggi immersi nei loro ambienti.

Non posso non ammettere le ovvie difficoltà linguistiche: ho perso più di una delle battute che hanno suscitato sorrisi e risate in sala. Ciononostante quella percentuale che ho colto è stata sufficiente a farmi apprezzare il progetto generale e il valore umano delle storie particolari: settanta donne e gli amori delle loro vite.

Lo so, tutte le recensioni del film riportano la frase che apre il film, ma è talmente bella che voglio copiarla anch’io:

A man loves his girlfriend the most, his wife the best and his mother the longest.

Recensione Entertainment.ie

Recensione The Irish Times

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Showcase at Foyle Film Festival

In Foyle Film Festival on 24 novembre 2010 di lucia2323

Forse l’evento di punta del Festival, di sicuro in termini di partecipazione in sala per quello che ho visto finora. Un incontro per addetti ai lavori che dura una giornata intera, della quale mi sono fatta bastare due ore brevi ma intense.
Titolo: The Future of Moving Media.
Traduzione: una vetrina di idee e progetti che nascono all’incontro tra media tradizionali e interattivi con una serie di interventi che sarà possibile vedere e ri-vedere online nel giro di qualche giorno sul sito Showcaseconf.com

I relatori che ho (faticosamente) seguito hanno spaziato tra temi molti diversi tra di loro.
Tra questi, uno ha riguardato un sistema di protezione dei dati digitali che permette di accorgersi se un video o una foto siano stati manipolati rispetto alla versione originale.
Il discorso si è addentrato nei dettagli tecnici, usando paroloni difficilmente ripetibili ma in effetti lo spunto di riflessione è legittimo e interessante.
La possibilità di nascondere dei dati dentro altri dati per poter verificare l’autenticità di un file digitale può non avere prezzo in casi in cui le immagini o i video in questione abbiano un forte valore, per esempio di documentazione di un evento.

Un successivo intervento si occupa di user centered design e delle tendenze attuali della rete, tra cui spicca il passaggio dal web ad internet sui dispositivi portatili (trattato molto recentemente da Wired).
In ultimo, l’intervento di un produttore di Channel 4 che riguarda il futuro della tv e riflette su alcune caratteristiche chiave del panorama attuale.
L’attenzione: come si cattura, come si mantiene oggi che ci distraiamo così facilmente e come si può trasformare in valore?
E poi, che cosa attira davvero il pubblico televisivo? Il personaggio, il canale o la formula del programma?
Altri concetti da tenere presente nella tv di oggi sono il fattore on-demand, l’interattività, la collaborazione e il fatto di essere inseriti in un network di sistemi di comunicazione.
In particolare si discute partendo dalla visione di alcune clip di un recentissimo show di Channel 4, intitolato Seven Days. L’idea è di collegare tv e internet, creando un cortocircuito per cui i protagonisti dello show finiscono per essere influenzati da quello che gli utenti scrivono su di loro on line.
Secondo il relatore, la forza della tv sta nell’emozione e nella capacità di coinvolgere il pubblico, che ottiene basandosi prevalentemente sulla vita delle persone (il che dà vita il più delle volte a dei tristi teatrini delle emozioni).
A suo parere, il compito della televisione nei prossimi anni sarà quello di cercare di creare il senso dell’evento e la voglia di guardare lo schermo tutti assieme, ricreando quella dimensione sociale della visione persa ormai da molto tempo.

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Birmingham Film Workshop

In Foyle Film Festival on 24 novembre 2010 di lucia2323

Seconda proiezione, nuove scoperte.
Stavolta si è trattato di due documentari risalenti agli anni ’80 a cui è seguita una breve discussione.
Devo dire che la cosa mi ha colto piuttosto impreparata perché con il delirio di questi giorni vado alle proiezioni a scatola chiusa, ma come ormai mi sto abituando a fare qui, ascoltando attentamente, si finisce per capire la domanda dalla risposta, cioè si risale al “di che cosa stiamo parlando?” attraverso quello che le persone dicono.
E così mi sono resa conto che riuniti in sala c’erano alcuni dei protagonisti del Birmingham Film Workshop, un movimento che fa parte della storia del cinema inglese.
Andando a cercare online, realizzo che si è trattato di un momento particolamente felice dal punto di vista produttivo e creativo perché, come è accaduto in altri momenti della storia dell’arte legata alla tecnologia, si è creata una congiuntura positiva tra produttori di contenuti e finanziatori/distributori di questi stessi contenuti. Nel caso specifico, il Birmingham Film Workshop ha lavorato in stretto contatto con Channel 4 e con il British Film Institute.

Il movimento nasce dal lavoro di Roger Shannon nel Dicembre 1979: inizialmente si tratta di un laboratorio artistico che mette a disposizione di film makers indipendenti le attrezzature per realizzare film.
Ad inizio anni ’80, i film prodotti aumentano e così anche l’attenzione su questa nuova realtà, che comincia a farsi notare in vari festival.
Stabilita la partnership con Channel 4, il Workshop ottiene finanziamenti regolari e si trasforma sempre più in un centro di produzioni collaborative, di lavoro collettivo in cui molto importante è anche l’inclusione dei soggetti protagonisti dei film nel processo di produzione.
All’interno di questo movimento, cominciano ad esprimersi anche le minoranze del mondo anglosassone, come succede con il collettivo Black Audio Film and Video che realizza Hansworth Songs.
Scheda su Hansworth Songs

Oltre a questo, l’altro film proiettato durante la serata è Schizophrenic city, Northern Visions, Belfast, del quale per ora non sono riuscita a reperire approfondimenti in rete.

Qualche ricordo affiora dalla lettura del manuale sul documentario studiato ormai un anno fa per l’esame di Cinematografia Documentaria.
Gli anni ’70 ed ’80 sono in effetti stati segnati dal documentario partecipativo, sociale e dell’espressione delle minoranze etniche.
In particolare riguardo al caso del Workshop, i protagonisti presenti in sala sottolineano come non soltanto i fondi ma anche il clima politico e sociale dell’epoca abbiano permesso a questo movimento di essere così produttivo. Stiamo parlando di un periodo in cui la ricerca di spazi condivisi, sia politici e sociali, era forte, mentre oggi predomina l’individualismo, tanto a livello sociale, quanto di produzione e fruizione del film.
I nuovi media sono forse i soli mezzi che oggi possono permettere di tornare a creare quello spazio pubblico che è andato perso.
Anche riguardo alla fruizione cinematografica, i fondi che il Birmigham Workshop riceveva, non servivano solo a produrre i film, ma anche a finanziare le proiezioni pubbliche e le discussioni a riguardo, creando una dimensione sociale del cinema che oggi si è estremamente ridimensionata.

Alcune fonti per saperne di più:

Racconto di Roger Shannon

The Cultural Impact of UK Film, 1946–2006

Rereading the British Socialist Realist Film

Black British Film

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Pyjama girls

In Foyle Film Festival on 22 novembre 2010 di lucia2323

E’ il primo biglietto della settimana acquistato al Foyle Film Festival, a cui ne seguiranno parecchi altri.
Pyjama Girls di Maya Derrington.

Don’t judge a book by its cover, ovvero, non fermarsi all’apparenza, perché può ingannare.
Così è stato per questo film. L’immagine di due ragazzine con con pantaloni comodi e colorati e una brevissima sinossi mi avevano fatto pensare ad un documentario leggero e ironico, che mi avrebbe spiegato il fenomeno delle ragazzine di Dublino (e non solo) che se ne vanno in giro di giorno con addosso i loro pigiami da notte.
E le prime immagini, delle due protagoniste che scelgono fantasie e colori in un negozio, sembrava confermarlo. Invece no.
Il fenomeno c’è e sembra sia anche stato trattato ampiamente dai media, criticato da più parti come una pigrizia che diventa mancanza di rispetto verso se stessi.
Ma il documentario parte dai pigiami, ci gira attorno, ci torna alla fine, parlando però in realtà soprattutto di queste due ragazzine, Tara e Lauren.
Il film non arriva a spiegarci davvero perché le due, assieme alle loro compagne, salgano sull’autobus per andare in centro coi loro pigiami multicolori. La sensazione è che sia un modo per fare gruppo, affermare se stesse o semplicemente ribellarsi, cercando di esprimere il loro modo di essere.
Una ribellione piuttosto innocua, a pensarci bene, fatta di flanella, cuoricini e orsacchiotti
Ma dietro ai pigiami c’è la periferia urbana di Dublino, uguale a quella di tanti altri posti, con i bambini che giocano per strada, i terrazzi uno attaccato all’altro e l'”effetto pollaio” tipico di qualsiasi condominio.
Ci sono i problemi a scuola e quelli in famiglia ma soprattutto un senso di disinteresse verso qualunque attività costruttiva. Quello che resta, come hanno scritto in molti, è in effetti quasi soltanto l’amicizia tra le due ragazze.

Più che sorridere il documentario fa riflettere, come è giusto che sia e lascia con una sensazione di amarezza e con l’idea che dietro alla scelta di uscire di casa col pigiama ci sia molto da scavare.
Nel frattempo, una nota linguistica: tra slang e accento, c’è da rabbrividire.
Per fortuna ci sono i sottotitoli, in inglese.

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