Archive for the ‘Letture’ Category

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Before Sunday

In Letture on 31 gennaio 2011 di lucia2323

Non è stato un caso, ma nemmeno una ricerca del tutto premeditata.
Sono andata in biblioteca con l’intenzione di prendere un paio di libri che mi accompagnassero nelle ultime settimane di Leonardo e, a pochi giorni dalla ricorrenza della Domenica di Sangue del 1972, sono incappata proprio in un libro che racconta le vite delle 14 vittime prima di quel 30 Gennaio (Before Sunday, Jennifer Faus).
Dove sono cresciuti, chi erano i loro genitori, come hanno passato la loro infanzia, passioni, lavoro, carattere e interessi vari.
Delle vite normali e straordinarie allo stesso tempo, come lo sono quelle di chiunque altro, ma in questo caso di persone che si sono trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato: chi credeva di passare un pomeriggio con gli amici, chi era lì per filmare quello che succedeva e chi non stava nemmeno andando a partecipare alla marcia.
Chi addirittura è stato ucciso mentre tentava di soccorrere altri feriti, sventolando un fazzoletto bianco.
Raccontato con tatto e delicatezza raccogliendo le testimonianze dei familiari, il libro è un tributo coinvolgente e toccante.
Su tutte le storie domina un senso di tragica fatalità e una domanda che impedisce ai familiari di darsi pace: perché?

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The Irish (& other foreigners) – ultima parte

In Letture on 13 gennaio 2011 di lucia2323

La gara l’ho vinta. Ok, un pochino ho barato (sorvolando su numeri, statistiche e aneddoti che non mi interessavano più di tanto) ma alla fine del libro ci sono arrivata.
Dopo Vikinghi e Normanni, il capitolo sulla Plantation: all’indomani dell’arrivo di Enrico II, gli inglesi non controllavano ancora tutta l’isola e varie erano le proposte avanzate per portare a termine l’opera.
C’era chi sosteneva la guerra aperta e chi proponeva metodi meno violenti, cioè una colonizzazione in massa di cittadini inglesi che estendesse, di fatto, il controllo del territorio attraverso la popolazione stessa, facendo trasferire in zone dell’Irlanda occidentale i nativi irlandesi.
Ci vollero molti tentativi, sia privati che sponsorizzati dalla corona, prima di riuscire nell’impresa che portò, tra le altre cose, Derry a diventare Londonderry.

Il capitolo successivo del libro tratta in breve della miriade di altre nazionalità che nel tempo hanno avuto qualche rappresentante immigrato in Irlanda per vari motivi, che fosse per scelta, per affari o per  fuggire da paesi in guerra: italiani, francesi, ungheresi, belgi, cinesi, indiani, ebrei, cileni, vietnamiti e così via.
La cosa davvero curiosa che non sapevo è che gli italiani in Irlanda hanno portato il fish&chips, copiandolo da altri italiani che si erano dati a questo business in Gran Bretagna.
Italian chippers è il nome usato in inglese per indicarli e c’è perfino un’associazione!!!
Non si sa chi di preciso abbia inventato il fish & chips, mettendo insieme due cose che in precedenza venivano vendute separatamente, ma di fatto gli Italiani fecero loro questo business in Scozia, forse
prendendo esempio dai negozi londindesi. Successivamente, gli italiani emigrati in Irlanda si diedero allo stesso lavoro anche lì, facendone un successo.

Negli anni ’90, l’Irlanda non è più solo un paese da cui andarsene ma anche nel quale decidere di venire, anche se i grafici sull’andamento in/out vedono periodi di grossa emigrazione alternarsi a periodi di forte immigrazione (ed è con questo balletto di cifre che ho deciso di farla finita con questo libro).

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The Irish (& other foreigners) – parte II

In Everyday life in Derry,Letture on 12 gennaio 2011 di lucia2323

Once again, dopo la pausa rilassata delle lunghissime vacanze di Natale, i giorni hanno ricominciato a volare e le 24 ore sono un’eterna coperta corta.
Togliere al sonno per dare alle attività, togliere al lavoro (in senso generale) per inserire un pò di riposo o di entertainment.
In ogni caso, resta l’ansia di riuscire a fare tutto e forse anche qualcosina in più, mentre è già iniziato il countdown per il ritorno (12 gennaio – 12 febbraio, ma non sono ancora 4 settimane).
Mentre nella gabbia dell’orario lavorativo capita di dover diluire i task per non evitare di girarsi i pollici del tutto, appena usciti dall’ufficio è tutta una corsa per conciliare necessità quotidiane e interessi vari.
Non solo, usciti dal tunnel del ghiaccio e della neve, il tormentone quotidiano delle previsioni meteo resta e si rafforza, ora che il tentativo di sfruttare gli ultimi weekend rimasti visitando i dintorni, si scontra con un ritorno di caro irish bad weather (leggi “pioggia”).
Dalla finestra accanto ad un lampione diventato ormai caro, vedo Derry sfilare: aspettare il bus alla fermata, attraversare al semaforo, entrare nel negozio di fotografia o in un non ben identificato shop/tabacchi, dirigersi all’ingresso del centro commerciale oppure al Diamond.
Sulla strada per l’ufficio la mattina il sole fa capolino dietro il Waterside e il commesso di un negozio di vestiti da uomo accende il pc nella postazione dietro la vetrina ad angolo sulla strada. Ogni giorno all’ora di pranzo la panetteria/pasticceria sotto l’ufficio mi tenta con ciambelle e bignè vari, mentre alla fine dell’orario di lavoro trovo il buio e quasi tutti i negozi in procinto di chiudere.

A proposito di fretta e tempo che non basta mai, cercando di battere la deadline della biblioteca, oggi altri due capitoli del libro sono stati macinati, anche se devo ammettere, sorvolando leggermente su molti e trascurabili dettagli.
In sostanza, dopo la preistoria e i celti, il libro si occupa dei Vikinghi e dei Normanni. I primi, fondarono Dublino e per un periodo presero il controllo di parte dell’Irlanda, mentre con l’arrivo dei secondi comincia il dominio inglese sull’isola. Ecco come viene riassunto il tutto:

The invasion of Ireland took place in 1169, when an exiled King of Leinster, Dermot MacMurrough, fled to England and invited all comers to return to Ireland and help him to regain his throne. Parts of Ireland were the reward.
In the end, it resulted in the King of England, Henry II, following those first invaders, and drawing Ireland into a drawing kingdom that stretched all the way down the west coast of France. So began an occupation of the island, either totally or partially, that has continued uninterrupted, ever since.

Mi ha colpito il passaggio subito successivo:

Yet, the invasion was less by the English as we might understand it now, and more from England. The Statute of Kilkenny contains a hint towards its cultural origins: it was drawn up not in English but in French.
If the Irish want to blame anyone for the genesis of a lenghty, strife-ridden occupation that has lasted almost a millennium, they might as well look towards France.
Although, they could direct a little anger at the Norwegians, or possibly the Welsh, or even Rome.
And they could hold over a little disdain for the Flemish while they’re at it. And there were, obviously, a few Irish in there too; although history has ensured MacMurrough’s supposed betrayal of Ireland has lingered in the collective memory.

I Normanni erano Vikinghi stabilitisi nel nord della Francia e diventati cristiani che avevano conquistato territori un pò dappertutto nel Mediterraneo. Tra le altre cose, avevano conquistato anche il regno d’Inghilterra: alla metà del 1100 il re normanno d’Inghilterra è un certo Enrico II, pronipote di quel William il Conquistatore che aveva portato i Normanni in Inghilterra.
Enrico II aveva in mente di conquistare l’Irlanda ma aspettava il benestare del papa Adriano IV, il quale secondo alcune fonti sembra gliel’abbia concesso attraverso un documento, allo scopo di riportare all’ordine la chiesa d’Irlanda, diventata sempre più indipendente.
Uno dei tanti sovrani dei regni in cui l’Irlanda era divisa, MacMurrough, dopo essere stato cacciato dai suoi domini, chiese ad Enrico II di marciare sull’isola per distruggere il suo rivale e restituirgli il suo regno.
Enrico rispose di no, ma scrisse una lettera dando la sua benedizione a chiunque avesse voluto aiutarlo.
I vari sovrani d’Irlanda erano spesso in lotta tra di loro per il potere e il controllo sul territorio, ma in questo caso a far scattare il meccanismo che portò Enrico II a conquistare l’Irlanda, fu una donna.

Yes, Ireland would probably have been invaded by England at some point in time; and, yes, the complexities of the Irish rivalries had reached a climactic moment.
Yet, among the main reasons why the Anglo-Normans invaded when they did, why Ireland began its 800 years-and-counting of occupation, is because of a bit of hanky-panky between people who really should have been old enough to know better.

Infatti MacMurrough aveva rapito la moglie di un altro sovrano, O’Rourke, con la quale aveva una relazione e fu questo a far sì che venisse costretto a lasciare il suo regno.
Invece di desistere, decise di cercare aiuto all’estero e dopo aver provato con Enrico II, continuò con altri baroni normanno-gallesi, tra cui un certo Strongbow (Riccardo di Clare).
Questo baroni accettarono di invadere l’Irlanda e lo fecero con tale successo che Enrico II cominciò a preoccuparsi che diventassero troppo potenti.
Il re d’Inghilterra decise così di entrare in campo e prendere in mano la situazione: non dovette nemmeno combattere, gli bastò presentarsi sull’isola con le sue truppe affinché gli altri sovrani e baroni si arrendessero.

Un’ultima nota interessante riguarda le lingue:

Before the Anglo-Norman invasion, the two languages of Ireland had been the Gaelic spoken by the ordinary people and Latin as used by the clergy.
The Normans added English and the Norman-French that was then the language of their ruling classes.

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The Irish (& other foreigners)

In Letture on 10 gennaio 2011 di lucia2323

La fretta è cattiva consigliera, ma non essendo certa che la biblioteca conceda una doppia proroga per i libri presi in prestito, ho cominciato la corsa per terminare la lettura del secondo libro borrowed ormai un mese fa e poi tristemente abbandonato durante le vacanze di Natale.
Tutto sommato una lettura concentrata potrebbe essere d’aiuto, trattandosi di un libro che necessita di molta attenzione per districarsi tra date e dettagli storici vari.
Oltre al titolo, ad attirarmi di questo libro erano stati la sua copertina e la presenza di un capitolo sugli italiani. Partendo dalla preistoria, il libro tenta di capire e raccontare chi sono gli irlandesi di oggi, ripercorrendo le migrazioni avvenute attraverso le epoche. In un paese in cui l’identità culturale è stata oggetto di scontro, questo è un argomento quanto mai importante, per cercare di capire quanti elementi hanno concorso a formare l’attuale faccia del popolo irlandese.

Si parte dalle epoche preistoriche, cercando di capire quando i primi uomini si siano stabiliti in Irlanda e perché questo sia avvenuto molto più tardi rispetto al resto dell’Europa. L’Irlanda era collegata alla Gran Bretagna dove ora le due isole sono divise dal mare e gli uomini avevano già viaggiato in lungo e in largo. Non solo di fatto non sappiamo per certo da dove venivano i primi uomini arrivati in Irlanda, ma non sappiamo neanche esattamente perché ci abbiano messo tanto, o meglio quale delle tante difficoltà che l’uomo preistorico all’indomani dell’era glaciale ha dovuto affrontare, sia stata la causa prioritaria di questo ritardo.

Il secondo capitolo affronta poi un altro problema molto spinoso, del quale non ero a conoscenza: il fatto che l’idea dei Celti come una compatta civiltà europea dell’Era del Ferro, stabilita in particolarmente in Irlanda, non sia oggi più ritenuta valida dagli studiosi che considerano “celtico” uno stile artistico e un’identità linguistica più che una civiltà. Il problema viene affrontato risalendo ad altri popoli che hanno parlato dei celti nei documenti arrivati fino a noi: c’è il problema di capire che cosa intendessero con questa parola. Gran parte di questa identità celtica, soprattutto in Irlanda dove sono stati in realtà trovati meno reperti storici che in ogni altro sito del centro Europa, è stata una costruzione degli ultimi due secoli.
Essa ha giocato un ruolo importante nella storia politica irlandese, laddove ha aiutato a differenziarsi dalla cultura inglese, soprattutto alla fine del 1800 in un periodo di riscoperta del celtico.
Negli anni ’80 e ‘9o del 1900 vari libri (The Celts, The Atlantic Celts) hanno approfondito la questione, chiarendo proprio come gran parte di questa identità celtica, oggi onnipresente nel merchandising per i turisti, sia una costruzione culturale degli ultimi due secoli.
Ricerche più recenti continuano a cercare di approfondire la questione dell’origine dei primi uomini in Irlanda utilizzando lo studio del DNA.

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Irish blood, English heart, Ulster fry

In Letture,Trips on 3 gennaio 2011 di lucia2323

Sembra fatto apposta e invece no. E’ stato un caso che proprio ieri abbia ripreso in mano il primo libro preso in prestito in biblioteca: dopo la partenza spedita delle prime 50 pagine un paio di capitoli meno interessanti mi avevano fatto incagliare, ma quando ho visto il titolo del capitolo dal quale avrei dovuto riprendere (One Way of Looking at Belfast), sono ripartita.
Il libro (Irish blood, English heart, Ulster fry, Annie Caulfield) è il racconto di un viaggio alla ricerca delle proprie radici, di una bambina irlandese cresciuta a Londra e tornata da grande nella terra della sua famiglia per cercare di capirne il passato più recente. Alcuni dettagli sono estremamente interessanti, soprattutto i capitoli che parlano dei suoi ricordi d’infanzia.
Più avanti, il libro diventa un diario di viaggio nell’Irlanda del Nord e quando si parla di Belfast, l’autrice percorre un tragitto molto simile al mio, cercando di indovinare i sentimenti di una guida che cerca di mantenersi al di sopra degli eventi che racconta, come è capitato a me.
Un passaggio commenta proprio i sentimenti contrastanti che suscita il tentativo di Belfast di attirare turisti al giorno d’oggi, raccontando eventi di un passato molto prossimo e sfruttando l’attuale situazione di pace, prima impensabile.
Un esempio sono i tour guidati della città nei taxi neri, l’unico mezzo di trasporto disponibile durante i Troubles, quando i pullman erano bersaglio di bombe o lancio di pietre. Cosa sarebbe venuto dopo? Una messa in scena dei disordini in strada con i turisti a sparare con pistole finte vernice verde o arancione?

I did want to do it, of course, but felt wrong for wanting it. It seemed too soon. It seemed too cynical that something recently a matter of life and death was now an entertainment.
It was everything that had irritated me about all those plays, all those films and thriller series where the province was so drammatically useful, so fascinating for audiences living in nice calm places. But I also mistrusted my feeling about the showing of the Troubles to the world – perhaps I didn’t want them to be shown to me. Besides, if sites of violence were becoming tourist attractions, rather than sites of violence, didn’t that mean the Troubles were really ending?

Il libro continua parlando di quello che la mia guida ha definito “social hangover”: postumi di una sbornia ma a livello sociale, postumi di un’epoca travagliata che si riflettono in alcolismo, gravidanze in età adolescente, suicidi…
E riguardo ai murales: “I didn’t like the murals, regardless of content. It was inevitable that whatever happened, the murals were going to be preserved for tourists to look at, with a lot of patronizing flannel written about the artistry in them. I didn’t think these things were art. Mostly, they were like kerbstones of Northern Irish streets, painted red, white and blue, or in the shades of the Irish tricolour, to show how the people who lived there were supposed to feel. Belfast had a world-class university, increasing numbers of modern art galleries…
The city had far more brains and talent than I ever saw in a political mural.

Si parla anche del muro della pace: “The massive Peace Wall was still up between the Shankill and the Falls. And a new layer of fencing had recently been added to the top, as boys had been throwing stones over it. The metal gates between the Shankill and the Falls were open, but the police closed them at night. Otherwise boys gathered around them and caused troubles. This wasn’t necessarily some schoolboy vandalism – in Ireland “boys” referred to men up to at least the age of fifty. On the Falls Road side, the houses were closer to the wall, gardens backing on to it. They had grilles of wire mesh over the gardens, stretching up to the roof of the house. This protected them from petrol bombs and stones.

E come la nostra guida, anche quella dell’autrice pensa che il muro durerà:
I doubt the wall will come down any time soon. The media might like to see it come down, they might see it as a positive thing. But it’s not like the Berlin wall. The people in Berlin didn’t want the wall. The people here want this.”

E riguardo al murales di Bobby Sands, un commento molto forte della guida che accompagna l’autrice:
You know the families of the hunger strikers could have signed a form to get their son off the strike, have them intravenously fed but they wouldn’t do it.
Some people say the families were intimidated, but it was more subtle than that, they were made to feel it would be such a shame on the family yo sign those papers. That their son would never forgive them and their neighbours would never look at them again.

Un altro passaggio mi ha colpito molto: ha sempre a che fare con lo sciopero della fame e con i sentimenti, ancora una volta contrastanti, dell’autrice che all’epoca era una teenager.
When I was a student, people in London went on marches supporting the hunger strikers – not me. Whatever post-punk phase I was in seemed more interesting. Somehow I chanced into a party given by left-wing playwrights – one of the playwrights was reading a smuggled letter written on toilet paper by one of the hunger strikers. I wanted to punch her in the face. There was something so goulish, in a comfortable Chelsea home, this earnest woman holding a piece of toilet paper scrawled on by someone who was dying….
Maybe I just didn’t want to admit that rather than chopping off my hair and tinting it pink, I could be interested in something to do with where I came from.
Maybe I was right to be annoyed that these middle-aged, middle-class playwrights loved the fact that someone was dying for Catholic Ireland.
There was something demeaning about being taken up as a cause. It made us seem more dispensable than any kind of discrimination – Irish Catholics were only notable if they managed to kill themselves in some interesting way.
Our courageous ability to self-destruct was even more charming than our abilities with pipes and tin whistles.

Alla fine del tour, una conclusione un po’ amara forse ma inevitabile:
I could have taken another cab and been told the recent history in a completely different way. I didn’t know what to do with my guide’s opinions but comb through them for facts.
I was constantly gouging around in my own opinions and finding lumps of things I wasn’t sure I’d thought, or inherited, or been hyped into believing.
It was definitely one of the character traits of people from Northern Ireland – knowing that not only do people not tell the truth, but what they think is the truth may not be true. It made for a very cynical disposition.