Archive for the ‘Specials’ Category

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Bloody Sunday commemoration march

In Everyday life in Derry,Specials on 31 gennaio 2011 di lucia2323

La giornata è fredda, grigia e ventosa ma asciutta. Alle due e un quarto in giro c’è poca gente: dalle mura guardando giù si vedono piccoli gruppetti di persone risalire la collina alle spalle del Bogside.
Trovare online il percorso esatto della marcia non è stato possibile: bisogna aspettare il passaparola e seguire la corrente.
Dopo più di un’ora dall’inizio della marcia, il fiume di persone inizia a scendere verso il centro del Bogside, poco prima del Free Derry corner riprende a salire, per riscendere e dirigersi verso la Guildhall, dove un palco attende il corteo.
L’atmosfera lungo la marcia è rilassata e quasi festosa, ma diventa seria e un po’ commossa durante i discorsi in piazza. Non posso fare un confronto con gli anni passati, ma posso immaginare che il senso di serenità e la soddisfazione per aver realizzato almeno parte degli obbiettivi prefissati, sia una novità di quest’anno.
Lo scorso giugno, dopo 39 anni dai fatti del Bloody Sunday, sono stati resi noti i risultati di una seconda inchiesta che ha stabilito una volta per tutte l’innocenza delle 14 vittime di quella giornata.
Quella del 2011 è la marcia che avrebbe dovuto essere quasi quarant’anni fa: famiglie con bambini, musica di tamburi e bandiere che si spingono pacificamente fino al cuore del City Centre.
Sul palco, parole e canzoni. Una su tutte: We shall overcome.
A distanza di tanti anni dall’epoca dei trouble c’è la sensazione di poter cominciare a guarire e lasciarsi il passato alle spalle, superando le difficoltà, anche se alcune questioni restano aperte.
Quasi tutti gli speaker sottolineano come il rapporto dell’inchiesta non sia stato abbastanza chiaro riguardo alle colpe e alle responsabilità di ciò che successe.
Non solo: il Bloody Sunday non fu un evento unico nel suo genere.
Altre famiglie aspettano ancora risposte e giustizia per episodi simili, avvenuti in quegli stessi anni a Belfast.

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I’ve been thinking..

In About learning English,Everyday life in Derry,Specials on 21 gennaio 2011 di lucia2323

Quello di ieri sera è stato il sesto e ultimo hamburger con patatine di Derry.
L’ho deciso stanotte mentre cercavo di digerirlo.
Da due giorni al risveglio la città si trova tetti e strade ricoperte da un velo bianco: anche se non nevica, la temperatura crea una patina gelata che però il sole riesce a sciogliere senza problemi.
Oggi, grandi cose al work placemente: dopo una mattinata pigra, nel pomeriggio meeting organizzativo per cercare di dare una svolta alle modalità di lavoro dell’ufficio, razionalizzando tempi e modi di comunicazione. Nel fare il punto sul nuovo numero del giornale, mi aggiudico una pagina della rubrica Cars proponendo un articolo sugli autonoleggi (del resto nelle ultime settimane ne ho avuto una considerevole esperienza): cosa verrà fuori?

Nel frattempo il countdown per la partenza prosegue in silenzio (nessuno vuole pensare davvero a quando bisognerà salutarsi), si organizzano gli ultimi weekend in giro per l’Irlanda e si pensa ai progetti per il dopo-Leonardo, anche se considerato il totale di 14 settimane di progetto, avere la testa già altrove nelle ultime quattro mi sembra un peccato.
Certo non dipende da noi ma dalle scadenze, anche se preferirei pensare a quello che verrà quando saremo scesi dall’ultimo dei nostri aerei e il Leonardo sarà davvero finito.
Non solo: avere di nuovo a che fare con bandi, curriculum da aggiornare ma soprattutto lettere motivazionali (!!) quando ancora non abbiamo avuto modo di fare il punto su dove questo progetto ci abbia portato in termini di esperienza, mi sembra difficile.
E’ necessario fermarsi un attimo a riflettere per capire cosa dovrebbe venire dopo.

Dunque a questo punto ci sono un po’ di domande che devo farmi: “fare il bilancio” dell’esperienza no, perche sa tanto di tema delle medie, ma esercitare almeno un tantino di introspezione si, anche perche scrivendo un blog a riguardo, di fatto non posso evitarlo.

Che questa esperienza sia stata importante e formativa, non ci sono dubbi; che si sia creato un feeling straordinario nel gruppo di italiane e con i flatmates stranieri, pure.
Anche se con tutte le difficoltà degli accenti, la lingua l’abbiamo praticata e al confronto l’idea di affrontare un nuovo lavoro in cui tutti parleranno italiano sembrerà una passeggiata….
Dunque riassumendo: il work placement, la lingua, l’indipendenza, l’interculturalita…la famosa “torta” dei vari aspetti che compongono l’esperienza Leonardo penso l’abbiamo mangiata e digerita per intero.
Detto questo, resta il fatto che bisogna capire in che direzione stiamo andando e a che cosa puntiamo per capire dove dirigerci.
Una cosa è certa: dopo un Leonardo non se ne può fare un altro, perché l’Europa stabilisce il divieto di doppio finanziamento.
Ognuno di noi farà seguire a questo progetto qualcosa di diverso, a seconda del suo percorso, di dove si trova ora ma anche di dove è diretto. Del resto ognuno di noi è partito per motivi diversi.
C’è chi parte perché nel proprio paese non vede prospettive e vincere un Leonardo può diventare un modo per rilanciare la propria carriera, c’è chi lo fa soprattutto per il lavoro e chi soprattutto per la lingua; per la maggior parte si tratta di un momento post-laurea che serve ad aggiungere valore al curriculum quando ancora una vera e propria carriera in patria non è nemmeno cominciata.

Non solo: oltre a capire dove stiamo andando, ognuno di noi deve anche chiedersi se i tre mesi e mezzo passati qui sono stati sufficienti a raggiungere gli obbiettivi che ci eravamo prefissati prima della partenza, come ad esempio riguardo alla conoscenza della lingua straniera.

Mi tornano in mente le domande dei colloqui che ci hanno portato qui.
“Perchè vuoi fare il Leonardo? Questo progetto sarà un successo se..? Sarà un insuccesso se..?”
Ma anche tutte quelle riguardanti la sistemazione e il work placement.
C’è di fatto uno scarto tra quello che ci si dichiara disposti a fare (va bene tutto, anche imparare solo guardando) e la frustrazione iniziale di fronte ad un luogo di lavoro poco adatto o dove davvero non c’è nulla da fare.
Il fatto è che prima di partire sai che devi aggiudicarti una chance e diresti sì a qualunque cosa; quando poi ce l’hai fatta sai che non puoi permetterti di sprecare quell’occasione e vorresti sfruttarla nel migliore dei modi.
Molte domande cercavano di capire se eravamo persone adattabili e flessibili, anche se avrebbero potuto chiedercelo usando un pochino di psicologia e girandoci attorno, invece di farci domande paragonabili a “Sei un terrorista?” nelle schede da compilare in aereo.
Il punto è che io ho risposto sinceramente a tutte le domande, anche se le risposte mi sembravano ovvie e banali. Forse mi hanno scelto proprio perché per me erano ovvie quelle che per loro erano le risposte giuste….mah.

Nella giostra delle selezioni, di fatto, quasi nessuno di noi era convinto di aver vinto la borsa di tirocinio e tra chi era puntava sulle motivazioni e chi sul rispetto dei requisiti richiesti, di fatto nessuno sa con esattezza cosa davvero lo ha portato ad essere scelto tra molti molti altri.
Abbiamo risposto ad un mucchio di domande (in due lingue e numerose volte), siamo stati invitati a riflettere su quanto fosse importante il nostro atteggiamento in questo programma e preparati a venire qui con la giusta disposizione d’animo.
E dopo che ci siamo interrogati così tanto sulle nostre caratteristiche, sull’essere adatti o meno ad affrontare la sfida del Leonardo, arrivati qui ci siamo accorti che alcune delle persone mandate da vari paesi europei non sembravano rispondere affatto al profilo dell’individuo adattabile e flessibile, aperto ad un’esperienza di condivisione che i selezionatori cercano.
Ma solo a noi hanno propinato quei poco sofisticati test psicologici (“Se la tua coinquilina fosse insopportabile, che cosa faresti?”) ?

Se da una parte guardandosi attorno si incontrano ragazzi che hanno girato il mondo e conoscono 3 o 4 lingue, di fronte ai quali 14 settimane di Leonardo fanno ridere, d’altra parte il nostro gruppo sembra essere stato davvero selezionato bene (non so come, ma è stato così) in quanto a spirito di adattabilità, condivisione e curiosità culturale.
E per quanto pessimo dal punto di vista della lingua, proprio il contatto col gruppo italiano è stato invece importante dal punto di vista della consapevolezza e della crescita personale, oltre che degli stimoli.

Riguardo al futuro penso che le domande da farsi siano diverse. Intanto:
Quando l’esperienza all’estero è sufficiente? Quando la conoscenza di una lingua straniera è sufficiente?
La risposta ovviamente è: dipende dai casi, non solo dal tipo di lavoro al quale si punta e dal settore, ma anche dalle prospettive, visto che c’è chi vede l’estero come mèta per un trasferimento definitivo.
Una cosa è vera: esperienze come queste possono creare addiction, nel senso che sono di fatto periodi di vita particolarmente stimolanti in termini di conoscenze, sfide personali e novità.
Però, a parte il fatto che un ritmo come quello che abbiamo tenuto noi a lungo andare è insonstenibile, è anche vero che l’effetto probabilmente diminuisce con l’andare del tempo (ogni luogo diventa familiare ma anche meno interessante dopo un po’).
La domanda vera è un’altra: Quand’è che si passa dal migliorare il proprio curriculum stando all’estero, allo sprecare tempo in un’età cruciale della propria vita in cui si ha la possibilita di costruirsi le basi di una carriera in patria?
Questo ammesso che una tale soglia esista davvero, perché c’è chi sostiene che anche un lavoro qualunque è comunque più produttivo se svolto all’estero, per il valore aggiunto della lingua, mentre c’è chi pensa che certi lavori tanto vale farli a casa propria.
Ovviamente, per le risposte tutto dipende dalle priorità personali di ognuno.

Ho detto dall’inizio che non avrei scritto un diario, dunque le mie risposte le terrò per me perche penso che valgano meno delle domande poste fin qui che sono invece uno spunto di riflessione interessante a mio parere. L’unica cosa che posso dire è che per quanto riguarda me e l’inglese l’apprendimento attivo si conclude qui: d’ora in poi sarà esercizio e mantenimento, ma per il resto, credo sia ora di cominciare con una nuova lingua.
Andale!

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Green thought, school choices and peace building

In Specials on 4 dicembre 2010 di lucia2323

Finalmente rientrata in possesso dei miei appunti in veste di facilitatore, finalmente con un’oretta di tranquillità per rivederli e ricostruire gli argomenti trattati il pomeriggio dello scorso 17 Novembre nell’incontro alla Guild Hall.

Il primo politico a presentarsi al tavolo è stato un rappresentante del Green Party che ha tenuto a sottolineare come la questione ambientale vada considerata al pari di quella economica e sociale, essendo un problema di scala internazionale. Il green thought, seppure non possa rispondere a tutte le domande, diventa comunque un punto di vista per affrontare molte questioni visto che di fatto, la sopravvivenza del nostro pianeta, è un requisito essenziale per poter discutere di qualunque altra questione.
Sarà che era l’inizio del pomeriggio e sarà soprattutto che il partito green è sempre un pò la Cenerentola di turno ovunque, ma far discutere i ragazzi su questo intervento sembrava una mission impossible. Il punto è che in un paese così preso dalle proprie questioni locali, dove le posizioni fondamentali sono per pro o contro lo stato dell’Ulster, cioè unionisti o repubblicani, un partito che si preoccupa di problemi così globali viene snobbato perché si ha la sensazioni di sprecare voti preziosi all’una o all’altra parte.
Alla domanda se a loro parere c’è qui una coscienza riguardo ai problemi dell’ambiente, la risposta è stata timida: a livello personale magari sì, ma in generale non poi così tanto (anche se da un altro politico sentirò poi dire che la percentuale di rifiuti riciclati è salita al 34% rispetto a precedenti valori molto più modesti).

Un altro elemento interessante ha riguardato il discorso delle differenti comunità presenti in città e il fatto che nel corso degli anni il ricambio demografico abbia rimescolato le carte: la divisione della città in zone a prevalenza cattolica o protestante (Bogside vs Waterside) oggi non è più così netta.
A questo proposito un’avvenente giovane donna si è presentata come impegnata in programmi per incoraggiare la partecipazione della comunità protestante alla vita della città.
A suo dire, questo gruppo di cittadini ha la tendenza a sentirsi escluso dalla vita della città, soprattutto perché risiede nel Waterside mentre la maggior parte dei servizi e dei centri culturali sono concentrati nel City Centre. A suo dire è necessario portare avanti questo lavoro con pazienza perché, si sono resi conto, se si obbligano le persone a fare qualcosa che non vogliono, alla fine questo non paga in termini di risultati.
Pur affermando che questo lavoro viene condotto tanto con gli adulti quanto con i giovani, le facce dei ragazzi alla fine dell’intervento sono perplesse.
Loro non si fanno problemi di questo tipo e non credono che una discriminazione del genere esista davvero in città. Certo, le posizioni opposte rimangono, ma il loro tentativo è quello di vedere le cose con più equilibrio, senza arroccarsi da un lato o dall’altro della barricata.

Grande fermento non appena si parla di secondary school, ovviamente, intendendo il periodo di scuola che comprende le nostre medie e superiori.
Come mi spiegano alla fine di una discussione che ho seguito senza conoscere l’oggetto del contendere, fino ad un paio di anni fa, tutti i ragazzi all’età di 11 anni dovevano sostenere un esame, l’Eleven plus.
Introdotto alla fine della Seconda Guerra Mondiale, questo test decideva a quale scuola poteva avere accesso ogni studente, all’interno di un sistema inizialmente tripartito, del quale dagli anni ’80 è rimasta solo la scelta tra Grammar e Secondary modern school.
Secondo l’idea originale, stiamo parlando della distinzione tra un liceo e un istituto tecnico (infatti le Grammar school nacquero con l’intento di recuperare l’idea delle antiche scuole di latino del Medioevo) anche se da quanto apprendo, al giorno d’oggi entrambi i tipi di scuole fanno le stesse cose e la distinzione è solo tra una scuola con un nome di prestigio e una senza. Le critiche all’Eleven plus hanno riguardatosoprattutto la pressione che esso esercita sui ragazzi e il senso di competizione che penalizza i talenti al di fuori degli standard, lasciando un fittizio marchio di fallimento in chi non lo supera.
Un paio d’anni fa, in Irlanda del Nord questo esame è stato abolito, senza però rimpiazzarlo con un altro test e lasciando alle Grammar school la possibilità di istituire ognuna la sua prova, costringendo così i ragazzi a sostenere più di una, come fossero i test d’accesso alle università da noi. Da quanto riesco a cogliere, l’idea dei miei compagni di tavolo è che ogni studente dovrebbe poter scegliere la sua scuola, sostenendo poi magari un esame che lo assegni ad una classe di livello adatta a lui.

Segue un altro esempio di lavoro di ricostruzione: un programma intitolato Prison 2 Peace che coinvolge ex-combattenti ed ex-carcerati, fornendo programmi di training e assistenza per aiutarli a fronteggiare una forma di discriminazione che passa ad esempio per il fatto di non poter ottenere un mutuo o un’assicurazione.

Uno scintillante ex-sindaco introduce un’altra questione: la presenza di senzatetto per le strade di Derry, a volte alcolizzati che spesso non riescono a superare i rigori dell’inverno.

In ultimo, scopro che l’aereoporto di Derry è un argomento controverso perché a molti cittadini sembra una spesa che non porta benefici sufficienti, considerato il ristretto numero di compagnie aeree e destinazioni servite.

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A chi è che piaceva la neve?

In Specials on 2 dicembre 2010 di lucia2323

E dire che non volevo nemmeno sentirne parlare di previsioni del tempo.
E invece gli ultimi due giorni (nei quali in teoria avrei dovuto studiare) li ho passati attaccata allo schermo a controllare gli aggiornamenti sulla situazione dei voli, della neve, treni, ostelli e sistemazioni varie perché una bufera di neve ha bloccato l’aereoporto di Dublino.
Non avevo intenzione di parlarne perché (come ho scritto from the very beginning) questo non è un diario personale, ma penso che l’agonia di due giorni di attesa in aereoporto sia sufficiente affinché la mia dolce metà venuta a trovarmi e che tuttora vaga nei meandri dell’aereoporto, si meriti qualche riga di questo blog.
Un’odissea seguita dalla cucina di casa, lontano dagli eventi ma con pieno accesso a tutte le informazioni, forse anche più tempestivamente di chi si trova ad aspettare in aereoporto. Perché più che l’attesa, è l’incertezza quello che sfianca. Aggiornamenti della RyanAir, l’account Twitter dell’aereporto di Dublino e un excursus tra decine di previsioni del tempo che mi hanno portato infine a quelle ufficiali della Repubblica d’Irlanda.
Una cosa è certa: mai soldi furono spesi meglio di quelli investiti nell’acquisto del netbook che mi permette di scrivere questo blog e mi ha permesso questi due giorni di attività simil-tour-operator.
Un appunto per il futuro: evitare di frequentare gli aereoporti d’inverno.

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Chi l’avrebbe detto che esisteva il “facilitatore”?

In Specials on 17 novembre 2010 di lucia2323

E’ una di quelle cose che ti cadono addosso dal cielo, che dici “Si, ci sto” e poi ti chiedi “Come sono finita in questa situazione?”.
Una serie di casi fortuiti, un contatto lasciato per altri motivi e un incontro casuale, si trasformano nell’occasione di mettere alla prova il mio inglese in maniera massiccia.
Il risultato? Un rispettabile mal di testa e la soddisfazione di aver “superato la prova”.

Nel 2011 a Derry ci saranno le elezioni locali. Per avvicinare alle elezioni i ragazzi che voteranno per la prima volta, alla Guildhall era stato organizzato un incontro durante il quale i ragazzi potessero incontrare i politici faccia a faccia e far loro delle domande. Brevi round da 7 minuti e gruppi di circa 8 ragazzi di scuole diverse, una giornata intera di domande e risposte che si è conclusa con una votazione a puro titolo esemplificativo.
Il mio ruolo? Fare da “facilitatore”: stare in uno dei tavoli, prendere nota degli argomenti trattati, domande e risposte e stimolare la discussione con domande del tipo “Siete d’accordo?”, “Che ne pensate?”, una volta finito il turno del politico.
Risultato: ho scoperto parecchie cose sulla città e sui problemi del posto in generale, pur nella fatica di comprendere i diversi accenti e il modo che ognuno ha di parlare (chi articola poco le parole, chi parla a bassa voce, che stravolge alcuni suoni…).
I dettagli verranno in seguito, quando avrò la possibilità di rivedere con calma gli appunti presi (in un misto di inglese e italiano da far rabbrividire…).
Per adesso, I’m just glad I did it.

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I once knew a girl

In Specials on 17 novembre 2010 di lucia2323

Avrei potuto scrivere questo post ieri sera, quando sono tornata a casa dal teatro. Ma non solo non l’ho fatto perché era tardi, ero stanca e dovevo ancora fare i compiti a casa (sigh, tutti i giorni!).
Non l’ho fatto perché avevo bisogno di metabolizzare quanto avevo visto e ascoltato e rivedere gli appunti buttati giù ieri sera.
Ecco quello che ho scritto al ritorno dallo spettacolo I once knew a girl al Waterside Theatre:

Acqua, lenzuola bianche, fili di cotone e tazze di tè.
Pochi oggetti, simbolici e molti gesti ad accompagnare le parole non di attrici ma di testimoni.
Storie di donne, di forza e sofferenza, legate direttamente o indirettamente all’epoca dei Troubles.
Sul palco, donne cattoliche e protestanti, parenti di vittime ed ex militanti dell’IRA. Alcune hanno sperimentato in prima persona gli orrori degli anni più bui di questo paese, mentre altre li hanno respirati nell’ambiente in cui sono cresciute.
Tutte, nel corso degli anni si sono rese conto che i dolori del passato erano un peso troppo grande per le loro spalle, un peso che aveva bisogno di sciogliersi in lacrime e racconti, entrambi elementi fondamentali (on and off stage) di Once I knew a girl.
Vengono così a galla violenze domestiche, abusi e discriminazioni di vario genere; tutti eventi drammatici ma che all’epoca erano stati taciuti anche perché sembravano poca cosa rispetto ai tragici eventi collettivi.
Raccontare diventa ora un tentativo di ripulire le loro vite, come in maniera ricorrente durante la performance le sei donne strofinano gli oggetti di scena, il pavimento e immergono nell’acqua le loro mani. Un tentativo di riconciliazione con se stesse ma anche con i componenti delle altre comunità, una costruzione di pace che parte proprio dal contatto tra vittime ed ex carnefici, tra fazioni storicamente opposte. Senza dimenticare, ovviamente, il bisogno di giustizia, che a tutt’oggi resta in molti casi ancora insoddisfatto.
Un tentativo, infine, di recuperare i sogni e i desideri di ragazzine che la vita le ha costrette ad abbandonare lungo la strada.

Cosa posso aggiungere oggi, dopo aver dormito sopra le storie che ho sentito, dopo essermi ripresa dall’enorme impatto emotivo che storie come queste, raccontate dai loro diretti protagonisti, inevitabilmente provocano?
Non posso certo riassumere le loro vicende, perché finirei per banalizzarle.
Posso dire che se già leggere testimonianze simili raccolte sulla carta era stato difficile, mi rendo conto ora che quella sensazione era nulla di fronte alla potenza del confronto diretto.
Posso anche dire che il la scelta di queste donne di lavorare insieme per costruire un racconto che fosse per loro guarigione, mi ha fatto tornare il mente il lavoro svolto un anno fa su Beloved, di Toni Morrison.
Anche se in un contesto completamente differente, cioè quello della schiavitù, c’era però anche in quel libro l’idea del racconto che aiuta a liberarsi di pesi sopportati da troppo tempo, c’era la sofferenza femminile e c’erano perfino alcuni dei gesti usati sul palco ieri, come quello di piegare le lenzuola.