Archive for the ‘Trips’ Category

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Armagh

In Trips on 30 gennaio 2011 di lucia2323

Finalmente uscire di casa alle 8 di mattina non significa più aggirarsi per la città ancora buia.
Il viaggio è scomodo e dura 3 ore. Lo rende più sopportabile un simpatico autista ex-taxista che parla inglese in maniera comprensibile, si ferma a raccogliere i passeggeri ritardatari e si preoccupa che salgano sull’autobus giusto.
Peccato che per parlare con noi distolga lo sguardo della strada un po’ troppo spesso.
La città ci accoglie con un freddo umido, un tempo grigio e l’odore di smog.
Il County Museum dopo una stanza di coloratissimi quilts progettati con gusto e cuciti con cura, ha poco altro da offrire, mentre il planetario della città è una moderna struttura con esposizione interattiva e sala proiezioni con poltrone reclinabili. Una speaker preparata spiega il cielo notturno dell’inverno irlandese, pronuncia Betelgeuse come beetle-juice e mostra immagini spettacolari scattate attraverso potenti telescopi.
La sveglia delle 7, il buio e la super-poltrona mi fanno perdere il resto: mi riprendo alla fine con l’ultima scena in 3D: siamo su una montagna russa che ci lancia dritto attraverso le stelle.
Il resto sono un paio di vie di negozi e bar, una zuppa ai funghi con l’aglio, un grande teatro/galleria d’arte e due cattedrali delle quali una riccamente decorata all’interno, forse la più bella chiesa (neo)gotica che ho visto finora.
Del viaggio di ritorno meglio non parlarne.

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Castelli, pub e abbazie

In Trips on 23 gennaio 2011 di lucia2323

Finito, o quasi, di esplorare i dintorni di Derry, si parte per esplorare quelli di Belfast.
Attraverso un po’ di nebbia e un paesaggio incantato in cui ogni singolo ramoscello (di alberi o di siepi) è ricoperto di piccoli cristalli di ghiaccio, arriviamo alla prima tappa: il castello di Carrickfergus, un’imponente struttura affacciata sul mare, con tanto di cannoni.
A breve distanza, un altro castello, quello di Belfast: dopo aver perso la giusta uscita della motorway ed essere arrivati nel traffico della città, seguendo il cartello dello zoo riusciamo finalmente a trovarlo.
Immerso in un parco che domina Belfast dall’alto, il castello ottocentesco è in ristrutturazione.
Dentro non c’è nulla da visitare perché la struttura viene usata per organizzare ricevimenti di matrimonio pomposi e un po’ kitsch.
Al ritorno in città troviamo ad accoglierci una nebbia fitta e un’umidità penetrante: alle sei del pomeriggio le strade sono affollate e la serata promette bene ma dopo una sosta in un pub del Cathedral Quarter, la ricerca di un posto per cenare è più difficile di quanto avremmo immaginato in un sabato sera nella capitale dell’Irlanda del Nord.
Non solo alle 7.30 quasi tutto è già chiuso e le strade si sono pressoché svuotate, ma alcuni pub hanno chiuso le cucine un’ora e mezza prima.
Rimangono i ristoranti (tutti un po’ chic and expensive) e i fast food: una via di mezzo per mangiare bene senza spendere troppo, semplicemente non esiste.
Del resto anche a Derry ci era successo: finché è giorno mangiare fuori non è un problema perché da mezzogiorno fino alle 4-5 si trova di tutto a prezzi abbordabili.
La sera però sembra che a nessuno interessi più di tanto cenare: o si mangia subito dopo il lavoro, alle cinque, oppure ci si butta nei pub a bere e le alternative rimanenti sono, per l’appunto, o molto costose o molto poco salutari e soprattutto, tutte chiudono molto molto presto.
Dopo aver ripiegato sul centro commerciale per la cena, l’ultima tappa della giornata è il Crown Liquor Salon, uno dei pub più antichi di Belfast.
Mentre l’ostello ci accoglie per una notte di sonno pesante, una lunga fila di ragazze seminude aspetta di entrare in discoteca: non sono solo quelli di Derry a pensare che il cappotto in inverno sia un indumento superfluo…
Dopo una colazione rilassata, comincia il percorso che, seguendo una parte del St. Patrick Trail, ci porta a visitare chiese, abbazie e cimiteri.
Un fuori programma ci porta in cima ad una collina da dove una torre costruita nel 1800 domina il paesaggio circostante a 360°: sotto di noi uno dei tanti campi da golf che costellano l’Irlanda.
Totale chilometri percorsi: quasi 400.
Tempo atmosferico: poco sole, niente acqua, tanta umidità.

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Donegal tour – parte II

In Trips on 16 gennaio 2011 di lucia2323

Una sola parola, per una volta non usata a sproposito ma a dovere: amazing.
279 chilometri per un road trip alla scoperta di paesaggi che al confronto la Giant’s Causeway sembra roba da dilettanti. Scenari spettacolari, colori favolosi, dal verde, al rosso bruciato, all’ocra, al marrone.
Il tutto graziato da una giornata di sole che però, esattamente come ieri, ci ha messo a dura prova a causa di un vento pazzesco, capace di spingerti e costringerti a camminare all’indietro.
Il giro è stato all’insegna dell’esplorazione outdoor, che è poi il bello dell’Irlanda, ignorando questa volta centri informazioni, musei ed heritage centre che già ci avevano tradito e anche in questa domenica d’inverno erano tristemente chiusi.

La partenza è stata sollecita anche se non eccessiva (al confronto, la sveglia per andare al lavoro sarà una pacchia…). Prima tappa, col chiarore del mattino ma il sole ancora appena dietro le colline, il Grianan Aileach.
Struttura in pietra circolare, appena fuori Derry: si tratta finalmente di una costruzione intatta o quasi. Considerato che l’Irlanda sembra aver sapientemente sfruttato tutto quello che ha, facendo un sito turistico di ogni pietra, un castello di ogni rudere e un heritage centre per ogni evento storico, stavolta ne valeva la pena.

Attraversando un paesaggio continuamente mutevole ma sempre affascinante, arriviamo al sito di un dolmen in mezzo alla campagna: la presenza di una mucca facilmente irritabile ci impedisce di ammirarlo da vicino.
Nevermind, procediamo e e dopo un po’ di strada di campagna stretta e con molte buche, arriviamo in uno dei posti più belli visti finora in tutta l’Irlanda.
Cercando delle grotte sulla spiaggia troviamo una penisola dai colori stupendi, con una serie isolotti che la marea svela e nasconde a suo piacimento. Dopo aver ammirato una cascata notevole, seguiamo a piedi il cartello per le grotte.
Per primi arrivano quei fantastici ciuffi d’erba chiara che da lontano danno l’idea di essere un letto morbidissimo, ovviamente torturati da un vento che non ci abbandonerà per tutto il giorno.
Poi arriva la sabbia e infine, un susseguirsi di dune punteggiate di ciuffi d’erba che, non si sa come, ma riescono a crescere sulla loro sommità.
Un paesaggio mai visto, incredibile, una sensazione a metà tra il deserto e la luna (soprattutto considerato l’abbigliamento da neve/astronauti).
Lasciandoci scivolare sui fianchi delle dune, arriviamo all’oceano: una spiaggia chiara sotto delle rocce a picco, un’altra cascata e la famosa grotta.
A terra, rocce squadrate e a lamelle, piene di piccole concrezioni ad anello.
Presa dall’inquadratura in macro, non mi rendo conto che un’onda può arrivare molto più lontano di tutte le altre prima di lei e i miei doposci fanno per la prima volta la prova bagno, fallendo miseramente.
Dopo una marea di autoscatti con relative coreografie, pic-nic in macchina e nuovo spostamento, arriviamo alla meta principale del road trip: la scogliera (pare) più alta d’Europa, la Slieve League.
Anche qui, colori stupendi, due ore di sole e un vento che rischia di farti impazzire, ma, anche qui, ne valeva la pena.
Amazing.

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Donegal tour – parte I

In Trips on 15 gennaio 2011 di lucia2323

C’è una cosa sulla quale la BBC proprio non sbaglia: le previsioni del tempo.
Se dice heavy rain con sunny intervals attorno all’ora di pranzo, puoi star certo di inzupparti di mattina ma riuscire a cavartela nel primo pomeriggio.
Così è stato e fidandoci di questa scaletta, il giro del Donegal di due giorni con tappa intermedia attorno al monte Errigal si è trasformato in due diversi road trip. Abbandonato il faro, causa pioggia e nebbia, dopo essere stati traditi dal Flight of the Earls heritage centre (ovviamente chiuso), una partita a biliardo nel pub di una anonima frazione lungo la strada ha risollevato una giornata partita così così.
La vera sorpresa, però, è stato il selvaggio paesaggio del Donegal affacciato sull’oceano: il vento più forte che io abbia mai provato, capace di spostarmi, un panorama aspro e brullo ma dai colori affascinanti, onde notevoli e scogliere a picco, campi da golf, spiaggia dorata e acqua quasi per nulla salata.
In chiusura di giornata, finalmente un castello che non è solo un rudere e una cittadina “vibrant” (spiegazione a breve), tale Letterkenny.
Pictures coming tomorrow: la giornata è stata lunga e c’è stato anche da preparare l’itinerario per domani….stay tuned, I’ll be right back.

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Hot toddy

In Recipes,Trips on 9 gennaio 2011 di lucia2323

Quando saliamo in macchina alle 9, uno strato di ghiaccio ricopre il parabrezza e decora i bordi della strada. Il sole splende sul paesaggio di fronte, mentre un’enorme nuvola sopra di noi ci intralcia con un po’ di grandine finissima.
In questo road trip l’Irlanda è proprio come ti aspetti che sia: sole e pioggia contemporaneamente, prati verdi, tantissimo vento, pecore e arcobaleni ovunque, alte scogliere e onde dalla spuma bianca.
Mentre il sole sorge verso le 9.30, una folgorazione mi aiuta a capire il fascino di questo luogo d’inverno: disegnando un arco così piccolo in quelle appena 6/7 ore di luce, il sole resta per tutta la giornata molto basso.
Le giornate dell’Irlanda d’inverno sono così una specie di eterno tramonto dalla luce calda e dorata che rende il paesaggio più bello di quello che già è.
Per ammirare i resti di antichi castelli c’è da scarpinare nel fango, scavalcare cancelli di legno ed evitare le tracce di pecore che per brucare un po’ d’erba si spingono ovunque.

Per la strada, un cartello dopo l’altro, sono decine i nomi di paesi che iniziano con Bally, alcuni suonano divertenti, altri terribili.
Una spiegazione comunque c’è:

Bally is an extremely common prefix to town names in Ireland, and is derived from the Gaelic phrase ‘Baile na’, meaning ‘place of’. It is not quite right to translate it ‘town of’, as there were few, if any, towns in Ireland at the time these names were formed. For example, Ballyjamesduff [Place of James Duff] (county Cavan), Ballymoney (county Londonderry). The Irish name for the site of present-day Dublin was ‘Baile Átha Cliath’, which, if anglicised, would be spelt something like ‘Ballycleeagh’. Note that ‘Dublin’ is actually a Viking word. (see more)

Dopo un tè davanti ad un caminetto e un panino in macchina, c’è la visita ad una distilleria che ha da poco festeggiato 400 anni di attività, momentaneamente messa fuori uso dal ghiaccio.
Una guida spedita spiega le fasi che portano acqua, orzo e lievito a sviluppare zucchero e dunque alcool, fino alla quantità desiderata.
Tra contenitori di alluminio e rame, tanti tubi, odore di mela, zucchero e un’alternanza di caldo e fraddo, scopriamo che a fare la differenza tra i vari tipi di whiskey prodotti qui non è solo il numero di anni che lo spirit passa invecchiando, ma anche la botte in cui viene messo.
Per dare al loro prodotto aromi differenti, qui usano botti nelle quali sono stati precedentemente invecchiati altri liquori, dei quali il legno è rimasto impregnato: cherry, bourbon, porto, madeira.
Alla fine del giro, nonostante fossero soltanto le due del pomeriggio, la degustazione era d’obbligo: whiskey al profumo di cherry, cocktail di whiskey e ginger ale e infine Hot toddy.
Ecco la ricetta di quest’ultimo:

La proporzione è: 2 parti di acqua e 1 parte di whiskey.

Per aromatizzare 1 litro di acqua, prendere 3 cucchiai di cannella in polvere e 3 cucchiai di chiodi di garofano interi. Legarli insieme in un panno di lino, mettere il panno nell’acqua e portare ad ebollizione.  Lasciare bollire per 30 minuti (più bolle, più sarà forte l’aroma). Aggiungere poi il whiskey (la metà della quantità di acqua aromatizzata). Aggiungere un pochino di zucchero oppure di miele (volendo anche una fetta di limone).
N.B. Al posto della semplice acqua si può usare anche tè nero.

A detta di un simpatico barista polacco con inglese perfetto (venuto in passato in vacanza in Sardegna!), addetto al banco degustazione, l’Hot toddy è un ottimo rimedio in caso di malanni invernali vari…

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Irish blood, English heart, Ulster fry

In Letture,Trips on 3 gennaio 2011 di lucia2323

Sembra fatto apposta e invece no. E’ stato un caso che proprio ieri abbia ripreso in mano il primo libro preso in prestito in biblioteca: dopo la partenza spedita delle prime 50 pagine un paio di capitoli meno interessanti mi avevano fatto incagliare, ma quando ho visto il titolo del capitolo dal quale avrei dovuto riprendere (One Way of Looking at Belfast), sono ripartita.
Il libro (Irish blood, English heart, Ulster fry, Annie Caulfield) è il racconto di un viaggio alla ricerca delle proprie radici, di una bambina irlandese cresciuta a Londra e tornata da grande nella terra della sua famiglia per cercare di capirne il passato più recente. Alcuni dettagli sono estremamente interessanti, soprattutto i capitoli che parlano dei suoi ricordi d’infanzia.
Più avanti, il libro diventa un diario di viaggio nell’Irlanda del Nord e quando si parla di Belfast, l’autrice percorre un tragitto molto simile al mio, cercando di indovinare i sentimenti di una guida che cerca di mantenersi al di sopra degli eventi che racconta, come è capitato a me.
Un passaggio commenta proprio i sentimenti contrastanti che suscita il tentativo di Belfast di attirare turisti al giorno d’oggi, raccontando eventi di un passato molto prossimo e sfruttando l’attuale situazione di pace, prima impensabile.
Un esempio sono i tour guidati della città nei taxi neri, l’unico mezzo di trasporto disponibile durante i Troubles, quando i pullman erano bersaglio di bombe o lancio di pietre. Cosa sarebbe venuto dopo? Una messa in scena dei disordini in strada con i turisti a sparare con pistole finte vernice verde o arancione?

I did want to do it, of course, but felt wrong for wanting it. It seemed too soon. It seemed too cynical that something recently a matter of life and death was now an entertainment.
It was everything that had irritated me about all those plays, all those films and thriller series where the province was so drammatically useful, so fascinating for audiences living in nice calm places. But I also mistrusted my feeling about the showing of the Troubles to the world – perhaps I didn’t want them to be shown to me. Besides, if sites of violence were becoming tourist attractions, rather than sites of violence, didn’t that mean the Troubles were really ending?

Il libro continua parlando di quello che la mia guida ha definito “social hangover”: postumi di una sbornia ma a livello sociale, postumi di un’epoca travagliata che si riflettono in alcolismo, gravidanze in età adolescente, suicidi…
E riguardo ai murales: “I didn’t like the murals, regardless of content. It was inevitable that whatever happened, the murals were going to be preserved for tourists to look at, with a lot of patronizing flannel written about the artistry in them. I didn’t think these things were art. Mostly, they were like kerbstones of Northern Irish streets, painted red, white and blue, or in the shades of the Irish tricolour, to show how the people who lived there were supposed to feel. Belfast had a world-class university, increasing numbers of modern art galleries…
The city had far more brains and talent than I ever saw in a political mural.

Si parla anche del muro della pace: “The massive Peace Wall was still up between the Shankill and the Falls. And a new layer of fencing had recently been added to the top, as boys had been throwing stones over it. The metal gates between the Shankill and the Falls were open, but the police closed them at night. Otherwise boys gathered around them and caused troubles. This wasn’t necessarily some schoolboy vandalism – in Ireland “boys” referred to men up to at least the age of fifty. On the Falls Road side, the houses were closer to the wall, gardens backing on to it. They had grilles of wire mesh over the gardens, stretching up to the roof of the house. This protected them from petrol bombs and stones.

E come la nostra guida, anche quella dell’autrice pensa che il muro durerà:
I doubt the wall will come down any time soon. The media might like to see it come down, they might see it as a positive thing. But it’s not like the Berlin wall. The people in Berlin didn’t want the wall. The people here want this.”

E riguardo al murales di Bobby Sands, un commento molto forte della guida che accompagna l’autrice:
You know the families of the hunger strikers could have signed a form to get their son off the strike, have them intravenously fed but they wouldn’t do it.
Some people say the families were intimidated, but it was more subtle than that, they were made to feel it would be such a shame on the family yo sign those papers. That their son would never forgive them and their neighbours would never look at them again.

Un altro passaggio mi ha colpito molto: ha sempre a che fare con lo sciopero della fame e con i sentimenti, ancora una volta contrastanti, dell’autrice che all’epoca era una teenager.
When I was a student, people in London went on marches supporting the hunger strikers – not me. Whatever post-punk phase I was in seemed more interesting. Somehow I chanced into a party given by left-wing playwrights – one of the playwrights was reading a smuggled letter written on toilet paper by one of the hunger strikers. I wanted to punch her in the face. There was something so goulish, in a comfortable Chelsea home, this earnest woman holding a piece of toilet paper scrawled on by someone who was dying….
Maybe I just didn’t want to admit that rather than chopping off my hair and tinting it pink, I could be interested in something to do with where I came from.
Maybe I was right to be annoyed that these middle-aged, middle-class playwrights loved the fact that someone was dying for Catholic Ireland.
There was something demeaning about being taken up as a cause. It made us seem more dispensable than any kind of discrimination – Irish Catholics were only notable if they managed to kill themselves in some interesting way.
Our courageous ability to self-destruct was even more charming than our abilities with pipes and tin whistles.

Alla fine del tour, una conclusione un po’ amara forse ma inevitabile:
I could have taken another cab and been told the recent history in a completely different way. I didn’t know what to do with my guide’s opinions but comb through them for facts.
I was constantly gouging around in my own opinions and finding lumps of things I wasn’t sure I’d thought, or inherited, or been hyped into believing.
It was definitely one of the character traits of people from Northern Ireland – knowing that not only do people not tell the truth, but what they think is the truth may not be true. It made for a very cynical disposition.

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Belfast – part II

In Trips on 3 gennaio 2011 di lucia2323

Sarà stata una coincidenza, ma finora Belfast mi ha riservato un’accoglienza fredda: l’altra volta la neve e un gelo terribile, stavolta una temperatura più umana ma comunque sempre più bassa di quella di Derry.
Il treno delle 7.23 è quasi tutto vuoto; Derry dorme ancora, del resto è notte fonda.
Belfast di domenica mattina è un deserto: niente macchine nè persone, i negozi apriranno solo all’una (le gallerie d’arte non apriranno affatto) e la gente comincerà a farsi vedere solo una mezz’oretta prima.
Il giro turistico con il bus a due piani è d’obbligo: non c’è altro modo di vedere tutti insieme lo Stormont, i cantieri del Titanic e i murales.
Del resto, alle 10 di domenica mattina, è praticamente l’unica cosa che si possa fare a Belfast.
Una guida informata che si sforza sia di mostrarsi imparziale sia di parlare un inglese comprensibile, racconta di tutto e di più sulla città nel giro di un’ora e mezza.

Si parte da quelli che furono i cantieri del Titanic, dove lavori sono in corso per costruire nuovi edifici da aprire in occasione dei cento anno dal varo del transatlantico.
L’industria navale, assieme al tabacco e al lino, sono i settori grazie ai quali la città si è sviluppata nella seconda metà del 1800, attirando dalle campagne circostanti quella manodopera che ha riempito i quartieri popolari nell’area ovest di Belfast.
Dopo il Titanic, prendiamo la via verso Stormont, nella East Belfast, costellata di villette con giardino, molto signorili e decorose e con l’immensa fortuna di vivere accanto all’enorme parco pubblico che circonda la sede del Parlamento dell’Irlanda del Nord.
Sottolineando la differenza tra Ulster (una delle quattro province geografiche d’Irlanda) e Irlanda del Nord (un confine politico che comprende solo 6 delle originarie 9 contee dell’Ulster), non manca un commento sull’ironia nel fatto che il punto più a nord dell’Irlanda (Malin Head) non appartenga all’Irlanda del Nord bensì alla Repubblica.

La parte politica del tour è appena cominciata e ci porta verso i quartieri Ovest di Belfast dove il panorama è molto diverso: qui file di casette attaccate l’una all’altra, come se ne trovano tanta anche a Derry, non hanno il privilegio di un po’ di verde ad ingentilire il rosso dei mattoni.
Quartieri con bandiere dell’Irlanda o dell’UK si alternano, dividendo a macchie la città.
Il bus ci porta su e giù per i maggiori quartieri di fazioni opposte, nazionalista e unionista, divisi dal cosiddetto muro della pace. Falls Road e Shankill Road sono le loro vie principali, due nomi che ho incontrato molto spesso nei libri letti prima di partire, soprattutto nelle testimonianze dell’epoca dei Troubles. Due strade che cominciano affiancate appena fuori città per poi divergere, separate da due muri paralleli con al centro una terra di nessuno, scanditi da una serie di cancelli perlopiù chiusi e con delle paratie in certi punti più alte delle casette a due piani.
E’ da qui che ogni 12 Luglio parte la parata che commemora la vittoria di Guglielmo d’Orange sul cattolico Giacomo II. Dopo aver perso Derry, salvata dall’assedio grazie all’arrivo delle navi inglesi sul Foyle, la sconfitta nella battaglia sul fiume Boyle a nord di Dublino fu il colpo di grazia per Giacomo II, l’affermazione definitiva del protestantesimo sul cattolicesimo nel regno d’Inghilterra.
Secondo la guida, statistiche alla mano, questa di West Belfast è una delle zone più sicure della città, più sicura ad esempio dei nightclub del centro; tuttavia dice anche che secondo lui il muro resterà dov’è ancora per altri 30 o 40 anni, nonostante sia incredibile che una cosa del genere accada in un paese dell’Unione Europea e nel 2011.

Murales punteggiano entrambi i quartieri, così come il muro che li divide: Shankill Road ha soprattutto stemmi e volti dei paramilitari unionisti, mentre a Falls Road si trovano giardini commemorativi dei caduti (sia dell’IRA che innocenti) e murales che auspicano la pace o l’indipendenza in altre parti tormentate del mondo, come la Palestina e i Paesi Baschi.
Come se non bastassero i nostri di problemi, ci preoccupiamo anche di quelli degli altri, commenta la guida.
Palazzi senza finestre al piano terra e barriere di sicurezza attorno ad edifici di importanza politica o militare riportano ad un’epoca in cui il pericolo di un’autobomba era una minaccia sempre imminente e concreta: non a caso l’unico grande hotel in città all’epoca dei Troubles, l’Europa Hotel, ha subito circa una trentina di attacchi allo scopo di “scoraggiare” il turismo.
Scesi dal bus, si esplora quello che dall’autobus si perde: attorno alla cattedrale, piccoli archi introducono a viuzze strette, quasi come a Venezia. All’interno della St. Anne Cathedral, le foto di una visita della regina Elisabetta e della messa in posa di un enorme ago d’acciaio bianco latte che pende come un spada di Damocle proprio sopra il centro della cattedrale.
Lungo le navate, bandiere inglesi; dopo la funzione, tè, caffè e biscotti per tutti. In centro, uno shopping centre futuristico, con una cupola che domina la città e un espresso che non fa rimpiangere di non essere in Italia