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Derry/Londonderry

In About learning English, Everyday life in Derry on 4 febbraio 2011 by lucia2323

Si solito ogni città ha il suo nome. Uno solo.
Quella in cui mi trovo attualmente ne ha due (tre contando anche il nome in gaelico, Doire) ed ecco perchè volendo cercare le notizie avvenute più di recente, è ogni volta necessario fare una doppia ricerca in Google News: una con “Derry”, l’altra con “Londonderry”.

Rispetto a questa disputa, questo blog non ha preso una posizione: il suo titolo è Leonardo in Derry semplicemente perchè questo è il nome che ho trovato scritto su tutti i miei documenti ed email fin dal giorno della notifica della mia partenza. L’ho scelto prima di sapere che ce ne fosse un altro.
E, di fatto, poi ho continuato ad usarlo anche perchè penso di non aver sentito mai nessuna delle persone con cui ho parlato in città chiamarla diversamente.

La questione è però in realtà complessa e attuale.
Mentre i poster promozionali City of Culture 2013 si impegnano a comprendere la doppia identità della città usando anche slogan e giochi di parole (Derry/Londonderry trasformato in Legendary), pochi giorni fa il Belfast Telegraph ha pubblicato un articolo in cui, rispondendo alla richiesta di un lettore, ha spiegato la sua politica riguardo all’argomento.
La domanda esatta è stata: “What I would like to know, is why the paper uses both Derry and Londonderry? Is it an act of moral cowardice, a scrupulous dedication to fairness, or a canny political, or even commercial, calculation?
Risposta: “The first reference in an article should use Londonderry and all other references afterwards should use Derry. Derry is also the style in headlines. Where Derry or Londonderry are in the name of an organisation or thing, eg Derry City Council, or the Londonderry Sentinel — then that is used. Before you ask, the same style applies to the county.
Il giornalista la definisce “a commonsense solution to an age-old issue“.

Un’intera pagina di Wikipedia è dedicata a questo problema e tra le tante cose, si specificano anche le norme che i vari istituti o organi di informazione locali hanno stabilito relativamente al nome da usare per la città.
Alcuni casi sono una precisa presa di posizione, mentre altri sono diplomatici compromessi.
La soluzione di molte aziende o attivita’ commerciali è quella di evitare il problema utilizzando altri nomi, che si tratti del fiume Foyle o della dicitura North West.

A livello ufficiale, il problema è stato affrontato addirittura dalla giustizia: nel 2007 un giudice ha decretato che il nome rimanesse Londonderry, rispettando quanto stabilito nel lontano 1662.
Ciononostante, resta difficile incontrare qualcuno usi questo nome, almeno nel City Centre.

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Bloody Sunday

In Everyday life in Derry, Film on 3 febbraio 2011 by lucia2323

L’ultimo weekend a Derry si avvicina e le cose da fare aumentano, a casa e al lavoro; di tempo per scrivere ce n’è poco, per fermarsi a realizzare che tra una settimana si parte, anche meno.
Il tempo atmosferico nel frattempo sembra tornato uguale alla sera che siamo arrivati qui: un vento capace di spostarti e mandare la pioggia in orizzontale. L’unica differenza è che dopo aver sperimentato le temperature polari di Dicembre, il freddo di oggi sembra nulla in confronto allo shock della sera di quel lontano 7 Novembre 2010.

Tra una lasagna e una tortilla, ieri il miracolo è riuscito e anche se con un discreto ritardo, per lo spettacolo delle 22.30, dieci persone erano finalmente tutte sedute contemporaneamente nella stessa stanza davanti allo stesso schermo, a vedere Bloody Sunday.
Il montaggio alternato domina il film e dall’inizio fino alla fine del film contrappone i dimostranti da un lato e i militari dall’altro, in una città sotto assedio tra barriere e barricate varie.
In quella Domenica ci fu di tutto: famiglie con bambini alla marcia, ragazzi a lanciare pietre contro i soldati, tentativi di accordi diplomatici ai vertici dell’ultimo minuto, getti d’acqua sulla folla, discorsi sui diritti civili e sulla nonviolenza e infine, quello che nessuno si sarebbe mai aspettato: i soldati che sparano proiettili veri (non di plastica) sui civili in fuga.
Il film si chiude col dolore delle famiglie da un lato e le domande ai parà coinvolti da parte dei superiori dall’altra, con un accenno al tentativo di attribuire alle vittime il possesso di armi da fuoco ed esplosivi.
Sui titoli di coda, l’omonima canzone degli U2 dal vivo, introdotta da Bono con queste parole:
This is a song….a song I hope one day never to have to sing again.

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How long must we sing this song?

In Everyday life in Derry on 3 febbraio 2011 by lucia2323

Oggi che della storia dell’Irlanda in generale ne so più di quando avevo quindici anni, non posso fare a meno di riconsiderare le parole delle canzone degli U2 che ho cantato mille volte, assieme al tamburo che segna il ritmo di una marcia e le immagini dei concerti con Bono che sventola sul palco e tra la folla una bandiera bianca.
Erano già gli anni ’80 quando gli U2 agli inizi della loro carriera pubblicarono Sunday Bloody Sunday, ma le violenze e i troubles erano tuttaltro che superati.
In un momento storico del genere gli U2, seppure nati e cresciuti non nell”Ulster ma a Dublino, non potevano non essere influenzati da ciò che stava accadendo a così breve distanza, tanto più considerando che la famiglia di Bono era formata da un genitore cattolico  e uno protestante.
Ma non c’è solo questa canzone: vedendo la foto del bambino con la maschera antigas nel museo di Free Derry (ripresa anche in uno dei murales del Bogside), non si può non pensare alla copertina di War, dove lo stesso ragazzino della copertina di Boy è cresciuto, ha il labbro ferito e ha perso l’innocenza dello sguardo.

Un’altra canzone scoperta per caso su YouTube che parla del rapporto Irlanda/Regno Unito è Famine di Sinead O’Connor, a proposito della carestia che a metà 1800 colpì l’isola verde (notevole il testo).

Tra le tante cose al museo di Free Derry si parlava anche di tutte quelle canzoni diventate bandiera della difesa dei diritti civili.
Sulle tante ce n’è una che spicca, quella che ha concluso la manifestazione di Domenica: We shall overcome.
Lenta e ripetitiva, questa ballata è servita ai sostenitori di differenti cause nel corso degli anni a dire: “Noi ce la faremo, supereremo tutte le difficoltà che abbiamo di fronte ora e alla fine trionferemo”.

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Irish dance lesson

In Everyday life in Derry on 2 febbraio 2011 by lucia2323

Anche se avrei bisogno di dormire, continuo a trovarmi ad andare a letto tardi.
Non bastassero i post da scrivere a fine giornata, ora siamo entrati anche nel rush conclusivo di serate e feste degli ultimi 10 giorni di Leonardo, al quale nessuno è più in condizione di sottrarsi.
Nel frattempo, un inaspettato day off mi ha permesso di mettermi in pari sul fronte souvenirs (pur non essendo una tourist!), visitare la mostra alla Galleria Void e presentarmi ad una lezione di danza irlandese.

La mostra in corso al Void, dal titolo Unrealised Potential, presenta un’opera concettuale, molto sul genere di quelle di Yves Klein di ormai circa 50 anni fa. Non si tratta altro che di raccogliere progetti di opere e mostre mai realizzate e mettere in vendita il diritto di farli diventare realtà.
Basta pagare, firmare e si ottiene un certificato; se dopo cinque anni la mostra non è ancora stata allestita, l’idea torna sul mercato.
Semplice ma a suo modo geniale.

La lezione di danza irlandese ci accoglie con un imbarazzo difficile da eguagliare: in una grande sala prove una quindicina di bambine e ragazze infilano scarpe da ballo e ci guardano perplesse.
L’insegnante ci infila tra una ragazzina e l’altra e dopo 1 minuto di spiegazione ci fa ballare.
Qualcuna lancia sorrisi di comprensione, qualcun’altra è troppo concentrata per prenderci in considerazione. La classe è molto disciplinata e la maestra è secca nel dirigerla.
Saltelliamo qua e là, cercando di non creare disastri: i movimenti si ripetono, la musica pure, il tutto potrebbe andare avanti all’infinito ma il passo base resta difficile da afferrare se nessuno ha la pazienza di spiegartelo per bene.
Mentre loro ballano attraverso la sala con precisione, ritmo e dei polpacci da calciatore, noi riprendiamo fiato sulla panca.

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Before Sunday

In Letture on 31 gennaio 2011 by lucia2323

Non è stato un caso, ma nemmeno una ricerca del tutto premeditata.
Sono andata in biblioteca con l’intenzione di prendere un paio di libri che mi accompagnassero nelle ultime settimane di Leonardo e, a pochi giorni dalla ricorrenza della Domenica di Sangue del 1972, sono incappata proprio in un libro che racconta le vite delle 14 vittime prima di quel 30 Gennaio (Before Sunday, Jennifer Faus).
Dove sono cresciuti, chi erano i loro genitori, come hanno passato la loro infanzia, passioni, lavoro, carattere e interessi vari.
Delle vite normali e straordinarie allo stesso tempo, come lo sono quelle di chiunque altro, ma in questo caso di persone che si sono trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato: chi credeva di passare un pomeriggio con gli amici, chi era lì per filmare quello che succedeva e chi non stava nemmeno andando a partecipare alla marcia.
Chi addirittura è stato ucciso mentre tentava di soccorrere altri feriti, sventolando un fazzoletto bianco.
Raccontato con tatto e delicatezza raccogliendo le testimonianze dei familiari, il libro è un tributo coinvolgente e toccante.
Su tutte le storie domina un senso di tragica fatalità e una domanda che impedisce ai familiari di darsi pace: perché?

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Bloody Sunday commemoration march

In Everyday life in Derry, Specials on 31 gennaio 2011 by lucia2323

La giornata è fredda, grigia e ventosa ma asciutta. Alle due e un quarto in giro c’è poca gente: dalle mura guardando giù si vedono piccoli gruppetti di persone risalire la collina alle spalle del Bogside.
Trovare online il percorso esatto della marcia non è stato possibile: bisogna aspettare il passaparola e seguire la corrente.
Dopo più di un’ora dall’inizio della marcia, il fiume di persone inizia a scendere verso il centro del Bogside, poco prima del Free Derry corner riprende a salire, per riscendere e dirigersi verso la Guildhall, dove un palco attende il corteo.
L’atmosfera lungo la marcia è rilassata e quasi festosa, ma diventa seria e un po’ commossa durante i discorsi in piazza. Non posso fare un confronto con gli anni passati, ma posso immaginare che il senso di serenità e la soddisfazione per aver realizzato almeno parte degli obbiettivi prefissati, sia una novità di quest’anno.
Lo scorso giugno, dopo 39 anni dai fatti del Bloody Sunday, sono stati resi noti i risultati di una seconda inchiesta che ha stabilito una volta per tutte l’innocenza delle 14 vittime di quella giornata.
Quella del 2011 è la marcia che avrebbe dovuto essere quasi quarant’anni fa: famiglie con bambini, musica di tamburi e bandiere che si spingono pacificamente fino al cuore del City Centre.
Sul palco, parole e canzoni. Una su tutte: We shall overcome.
A distanza di tanti anni dall’epoca dei trouble c’è la sensazione di poter cominciare a guarire e lasciarsi il passato alle spalle, superando le difficoltà, anche se alcune questioni restano aperte.
Quasi tutti gli speaker sottolineano come il rapporto dell’inchiesta non sia stato abbastanza chiaro riguardo alle colpe e alle responsabilità di ciò che successe.
Non solo: il Bloody Sunday non fu un evento unico nel suo genere.
Altre famiglie aspettano ancora risposte e giustizia per episodi simili, avvenuti in quegli stessi anni a Belfast.

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Armagh

In Trips on 30 gennaio 2011 by lucia2323

Finalmente uscire di casa alle 8 di mattina non significa più aggirarsi per la città ancora buia.
Il viaggio è scomodo e dura 3 ore. Lo rende più sopportabile un simpatico autista ex-taxista che parla inglese in maniera comprensibile, si ferma a raccogliere i passeggeri ritardatari e si preoccupa che salgano sull’autobus giusto.
Peccato che per parlare con noi distolga lo sguardo della strada un po’ troppo spesso.
La città ci accoglie con un freddo umido, un tempo grigio e l’odore di smog.
Il County Museum dopo una stanza di coloratissimi quilts progettati con gusto e cuciti con cura, ha poco altro da offrire, mentre il planetario della città è una moderna struttura con esposizione interattiva e sala proiezioni con poltrone reclinabili. Una speaker preparata spiega il cielo notturno dell’inverno irlandese, pronuncia Betelgeuse come beetle-juice e mostra immagini spettacolari scattate attraverso potenti telescopi.
La sveglia delle 7, il buio e la super-poltrona mi fanno perdere il resto: mi riprendo alla fine con l’ultima scena in 3D: siamo su una montagna russa che ci lancia dritto attraverso le stelle.
Il resto sono un paio di vie di negozi e bar, una zuppa ai funghi con l’aglio, un grande teatro/galleria d’arte e due cattedrali delle quali una riccamente decorata all’interno, forse la più bella chiesa (neo)gotica che ho visto finora.
Del viaggio di ritorno meglio non parlarne.